L'ombra dei terroristi e il tramonto dell'Occidente

L'ombra dei terroristi e il tramonto dell'Occidente

18.11.2015 - 13:13

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Adesso ne vediamo i volti. Ci raccontano delle famiglie, dei dissidi con i padri, dei viaggi in Siria in cui la loro ribellione è diventata la certezza che uccide. I terroristi escono dal buio, si spogliano del vestito nero e li possiamo guardare. Sono loro che hanno massacrato a Parigi la gente che stava mangiando, che ascoltava un concerto, che passava una serata nelle vie della Ville Lumière.
Sono passati alcuni giorni dall'attacco, abbiamo visto la morte e la forza della reazione, i citoyens che cantano la Marsigliese, Charlie che esalta lo champagne contro le loro armi, il no alla paura che i terroristi vorrebbero diffondere per risucchiare nel loro cupio dissolvi di martiri esaltati la nostra società, le nostre abitudini, il nostro modo di vivere.
Un risultato lo stanno già ottenendo, ho detto la nostra società, come a rimarcare una differenza che questa evenienza mortifera rischia di rinchiudere in una fortezza. E’ il primo rischio che sentiamo da tanti ricacciare lontano, non barricarsi, non cedere alla logica del terrore che vorrebbe rigettarci nella solitudine angosciata e nel rifiuto di guardare alle cose con la freddezza lungimirante della ragione, a costo anche di fare i conti fino in fondo con certi complessi che l’Occidente continua a portarsi dietro, da correo e qualcosa di più nel destino di certi paesi disegnati con la squadra sulla carta geografica da potenze che non si interrogavano dei popoli, della loro identità e delle tante anime che in quelle terre si incrociavano. Il tre che nasce dall'uno, il solco abramitico da cui si diparte il cammino giudaico e, poi, quello cristiano e, infine, il tragitto che inizia da Maometto per dividersi alla sua morte e scatenare rivalità senza quartiere che infiammano l’Oriente ancor oggi.
Ecco dunque una prima scissione. La nostra storia, la nostra vocazione al pensiero critico ci dice di capire, ci obbliga a non venir meno a un esercizio che ha sempre concepito l’altro, anche il nemico più estremo, come una controfigura, per non parlare naturalmente dei tanti altri che abbiamo forgiato a uso e consumo della nostra spesso pretenziosa e pretestuosa civiltà. E però, al tempo stesso, le immagini che vediamo fanno nascere in noi il bisogno di riconfermare un'identità, di rinsaldare le ragioni che tengono insieme e, dunque, di rivendicare su tutto la nostra libertà, il valore della libertà, contro chi vorrebbe conculcarla e affondarla nella palude del terrore.
E’ una scissione non facile, anche perché il bisogno di difendere quello che siamo non può farci dimenticare che quello che siamo è attraversato da una storia per nulla recente di contraddizioni e di problemi, di debolezze e fragilità con cui ci siamo fatti problema a noi stessi. Adesso siamo chiamati a un salto che potrebbe essere mortale fra la decostruzione, le convalescenze e le autoanalisi e la necessità di un raccoglimento, nel vero senso della parola, un ritrovarci e riconoscerci nello spirito per il quale qualcuno ha deciso di eleggerci a bersaglio senza scampo.
Mi pare un paradosso, significativo. I terroristi sono la cartina al tornasole di noi stessi e noi stessi siamo il loro reagente chimico, quelli che li avrebbero fatti diventare quello che sono. Non è solo un paradosso, il fatto è che noi siamo quello che siamo anche per quello che non siamo e non vogliamo essere, per l'attorcigliarsi di una spinta costruttiva e progressiva con un'altra che non conosce mediazioni, assolutizza e...totalitarizza. Il nazismo non è stato un frutto esotico e occasionale, dice di un germe latente che, con il contesto “adatto”, poterebbe sempre rinascere. Una pulsione tutt’altro che dormiente, come quella dei brigatisti, dei fascisti della prima ora e movimentisti, della Convenzione e delle sue carrette che portano alla ghigliottina, dei gulag, persino delle avanguardie che sparano sul passato in nome del futuro.
Mi rendo conto che sto mettendo insieme esperienze molto diverse, ma tutte dicono dell'intrico tra vita e morte che non ci viene dall’Islam, ma da noi stessi. E anche l’Islam dovrebbe interrogarsi su questa specularità mortifera e di come genera dal suo tronco. Il Corano passa per il kalashnikov?
Certo che dobbiamo difenderci. Non so se siamo all'inizio di una guerra, come ha detto il presidente Hollande, certo gli attentati di Parigi introducono una discontinuità brutale che non deve lasciare spazi e margini al terrorismo.
Tuttavia la cosa peggiore che potremmo fare è non cogliere la grande occasione, sì una grande occasione, che gli eventi offrono all’Occidente e alla sua (auto)consapevolezza, al suo sogno universale e hegeliano, alle inevitabili, terribili e vitali contraddizioni che ci stanno dentro e che nessuna dialettica, oggi, verrà più a risolvere.
E’ il tempo del rischio, del coraggio di una civiltà che non si nasconde nel tramonto.

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