La Chiesa e la gola profonda

La Chiesa e la gola profonda

04.11.2015 - 11:11

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Il bianco e il nero. Il candore del Papa che si intitola a Francesco e l’alone oscuro, tutt’altro che un’aureola, che lo circonda e lo minaccia. Chi gli sta vicino fa sapere dell’amarezza e dello sconforto di Bergoglio per l’ultima puntata del cosiddetto Vatileaks. Niente, purtroppo all’interno delle Mura Leonine non ci si può fidare nemmeno di coloro che il Pontefice stesso ha scelto per far parte di una commissione incaricata di far chiarezza sugli affari economici del Vaticano. Francesco voleva, vuole, vorrebbe far pulizia, rendere intonso ciò che è macchiato, ma gli smacchiatori si rivelano gole profonde, corvacci che spifferano qua e là - giornali con le antenne dritte, autori di libri che non vedono di poter frugare nelle segrete stanze e raccoglierne gli umori più fetidi.. - traditori che hanno rinnegato il valore supremo che al Pontefice dovrebbe legarli, la fiducia e la trasparenza. In questo caso, una coppia affiatata, un monsignore dell’Opus Dei - che peraltro si è prontamente sfilata - che si chiama pure Lucio Angel e uno dei membri laici della Commissione che un perfido caso vuole che porti il nome di Immacolata. E’ impressionante e preoccupante. Guardiamo dall'esterno, vediamo la possente cupola di San Pietro e ci sembra che basti a schiacciare sotto di sé i fiumiciattoli velenosi, i rampanti da quattro soldi, e magari di più, i manutengoli pronti ad appendersi a questa o quella cordata, con il naso a fiutare l’occasione giusta, pronti senza dignità e un rimorso quale che sia a saltare il fosso e, come dicono gli americani, a mettere la cacca nel ventilatore. Il monsignore dell’Opus Dei e la sua protetta si sono traditi, alla fine, e il loro doppio gioco è stato scoperto e definitivamente smascherato. Ora non si tratta più di avvisaglie e sospetti che non potevano essere rivelati per paura o per il rischio di un ricatto ancora peggiore, ma di accuse chiare, confermate dalla protetta nell’interrogatorio e, si capisce, respinte dal monsignore. Insomma, i cassetti continuano ad essere aperti da piccoli demoni che magari si sono palesati per quello che sono, dietro la crosta della rispettabilità, il petto gonfiato dal posto in cui si sono trovati e la convinzione di potersi mettere in mezzo, di condurre un gioco che li rendeva importanti, da un lato, e pedine compiacenti di qualche longa manus a cui il vento di rinnovamento francescano non va giù. Niente da fare. Pensavamo che la bianca veste del Papa fosse un antidoto sufficiente agli intrighi e invece dobbiamo prendere atto che rettili senza pietà si muovono fra i palazzi vaticani e che la lotta in corso deve essere arrivata ormai a un punto che si annuncia così critico per tante pratiche e consuetudini, da scatenare questo Acheronte infernale fatto di documenti che escono dai caveau che dovrebbero proteggerli, di lingue biforcute e di rivelazioni confezionate ad arte. Se si aggiungono le lettere fatte pubblicare proditoriamente, in cui si mette in dubbio la regolarità del Sinodo, gli outing di un altro monsignore che ha visto bene nell’imminenza del Sinodo di far sapere al mondo le sue preferenze, si capisce che la casa di Santa Marta in cui il pontefice si raccoglie è diventata un fortino in cui resistere. Il centro della Chiesa non è solo il cuore pulsante che dovrebbe essere, è anche un fronte in cui da anni si gioca una partita senza esclusione di colpi, e in cui le miserevoli nefandezze personali si intrecciano con un braccio di ferro su quello che la Chiesa deve essere. Francesco invoca lo spirito di una Chiesa vivente e, tuttavia, la Chiesa è fatta di uomini, della diversità temporale degli uomini: cardinali che si àncorano alla tradizione e vedono come il fumo divorziati risposati e coppie omosessuali, membri delle istituzioni che a un certo punto dimenticano il senso per cui sono state create e da mezzo diventano fine, preti che perdono l’afflato della vocazione e non si ricordano dei dieci comandamenti, nuovi Giuda che non vedono l'ora di tradire. Ma forse il problema di fondo non sta nemmeno in questa rappresentazione che contrappone il bianco e il nero. Una scena così non si addice a Francesco. Quale è infatti la sua “novità” se non l’offrirsi nudo al mondo. Un Papa che sottrae, toglie, a cominciare dal fasto e dai paramenti, che invita all’umiltà e alla solidarietà, un Papa che conosce la forza delle tentazioni e degli egoismi, fuori e dentro la Chiesa. Francesco sa che l’ultima scommessa che la religione di Cristo ha davanti a sé è nel prendere su di sé lo sconforto e lo smarrimento, il dubbio che non è il contrario della fede quanto piuttosto l'alimento che non la renda un certificato da timbrare con una messa e un’ostia mandata giù come un talismano. La sua testimonianza toglie ogni velo e chiama gli uomini della Chiesa a un esercizio sulla loro umanità che sia al tempo stesso esempio condivisione dei problemi del mondo. Far avanzare la Civitas celeste in questa tutta temporale. E’ un compito che va avanti da venti secoli e che ogni giorno misura il fallimento e la speranza. E anche l’inciampo di una gola profonda che soffia nei media il verso dell’Anticristo.

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