La Repubblica delle banane

La Repubblica delle banane

06.08.2014 - 10:57

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Una volta la Banana Republic era quella di Lucio Dalla e Francesco De Gregori che nel 1979 fecero un memorabile tour per la penisola. Avevano scelto quel titolo perché era curioso e perché riprendeva un pezzo scritto e inciso in America da Steve Goodman. Il paese de tropici, alberi esotici, gli americani che espatriano.. Era il paese delle banane, turistico, favoloso, un poco malinconico. Gli americani che la sera cercavano una donna, ma a nessuno sarebbe venuto in mente di bollare quella canzone come colonialista o addirittura razzista, e di prendersela per un inno alla repubblica delle banane. Poi, i tempi sono cambiati. Quella repubblica è diventata un termine di paragone del Paese. Positivo e negativo. Per dire che no, noi non siamo una repubblica delle banane, apparteniamo a un livello superiore di sviluppo e di civiltà. O, invece, per sottolineare esattamente il contrario e che cioè siamo un Paese dove le regole non ci sono e se ci sono non contano, dove ognuno fa quello che gli pare, si presume, nell'immaginario di chi articola il paragone, come accade in certi paesi sottosviluppati, inevitabilmente senza legge e senza una minimo nazione dei diritti e dei doveri. Da qui al Banana il passo è stato breve. Fra i tanti epiteti con cui la satira politica si è rivolta a Berlusconi la banana ha avuto grande successo, a cominciare dalle strisce di Altan. Silvio è diventato "il banana", ritratto nella sbracatura su una poltrona con in mano il frutto che lo contraddistingue ed evoca, appunto, un mondo di insensibilità morale, selvaggio e prepotente. A me, devo dire, quell'accostamento non è mai piaciuto e non tanto perché venisse fatto in relazione a Berlusconi, quanto perché in modo surrettizio continuava ed evocare un pregiudizio, una distanza, una superiorità: noi che banane non siamo e quelli che invece continuano ad esserlo.. In ogni caso, nessuno si sarebbe immaginato che la banana, dopo la fase berlusconiana, ritornasse ad avere un così grande appeal. Dobbiamo ringraziare l'aspirante presidente della Figc, la Federazione che si occupa dello sport nazionale, il calcio, Carlo Tavecchio. Cosa dice? Dice che in Italia fanno entrare tutti, anche quelli che prima mangiavano le banane e in un battibaleno diventano titolari in serie A. Apriti cielo, la battuta innesca un giro vorticoso di polemiche e diventa la palla presa al balzo da chi si oppone a quella candidatura.  Ora a noi in questo momento non interessa tanto entrare in questo scontro. Interessa piuttosto sottolineare un riflesso condizionato. D'accordo, una battuta, tutti possiamo incorrere in uno scivolone, tutti possiamo aprire la bocca prima di accendere la luce del cervello. E però, la battuta era quella e il fatto che fosse una battuta non alleggerisce ma aggrava, perché il legame con le banane è venuto spontaneo, senza filtri o freni inibitori che ne bloccassero l'avanzata. L'uscita di Tavecchio mi riporta alla mente quella del prefetto che sosteneva con enfasi che le madri dei tossicodipendenti si dovrebbero ammazzare. Anche quella era una battuta e che battuta! Anche quella un riflesso condizionato, brutale, violento, sommario come un'esecuzione. Battute diverse, ma una stessa cultura, sia detto in senso antropologico. La cultura di chi semplifica, di chi ragiona per stereotipi e non articola un ragionamento che abbia la capacità di mettere in distanza l'ovvio più volgare e di chiedersi perché e percome avvengano certe cose, che non vede problemi ma taglia giudizi con il machete, a chi tocca tocca. Nessuna sensibilità, nessuna accortezza, nessun tentativo di mettere le cose in un contesto, di cercare un percorso di cause ed effetti. E soprattutto un vizio antico. Quello di mettersi al centro della circonferenza, e cioè del mondo, e di non aprirsi alle differenze, di non vedere che il centro non c'è più, o non c'è mai stato, e che in questa fase della modernità l'ultima cosa che serve è la presunzione di avere la ricetta e di godere del punto di vita infallibile. Quello per cui gli altri non sono gli altri con cui la nostra identità si deve confrontare e fare i conti per abbassare l'orgoglio smisurato che l'ha condotta al complicato passaggio in cui si trova, ma sono semplicemente mangiatori di banane. Scimmie che togliamo dalla savana e dal giardino zoologico e che ci devono ringraziare per quello che ci siamo degnati di dargli. Anche un pallone con cui giocare.

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