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Discontinuità dell'orrore

Guido Barlozzetti
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L'ultimo bilancio è di millecentotredici morti. Lo scrivo a lettere perché possa essere ben scandito. Ora che state leggendo saranno certamente aumentati. I morti di Gaza sono il totalizzatore di queste settimane. Ogni giorno aumentano, un quartiere viene giù, una centrale elettrica salta per aria, e così un ospedale o un sito che dovrebbe essere di Hamas. Perché Hamas è l'obiettivo, solo che nella Striscia Hamas sta dappertutto, esattamente come gli abitanti e le bombe non hanno, non possono avere la precisione di chi si è illuso della guerra chirurgica. Lo so che sto toccando una materia incandescente, il nodo più aggrovigliato e feroce della geopolitica che da decenni non viene fuori da una spirale terrificante. Un terribile circolo vizioso per cui nel momento in cui si intravede uno spiraglio, non dico di risoluzione ma almeno di dialogo, qualcuno, da una parte e dall'altra, fa in modo che tutto si blocchi e che la parola venga espropriata dai razzi, dalle bombe e dai carri armati.  C'è una logica spietata e disarmante che domina in questo conflitto. Ognuno accusa l'altro di avere cominciato, con le provocazioni e gli attacchi, e non vuole accorgersi che in questo modo non va da nessuna parte, se non la crescita di un odio esponenziale. E poi c'è il tema del riconoscimento, anche questo crudelmente paradossale. Ciascuno dei contendenti non riconosce l'altro, non gli dà dignità di esistere. Il fragile tessuto della trattativa si infrange sempre su questo scoglio, per cui le bombe e i razzi diventano l'unica forma di contatto. La distruzione, lo sterminio degli uni e degli altri. Un giorno, chissà quando, ci siederemo a un tavolo, ma intanto io non mi fido di te e viceversa, e allora giù con le invasioni e con i missili che partono. E con la tentazione di risolvere il problema cancellando l'avversario. E' una cultura che negli anni si è radicata sempre più e che genera fatalmente gli stessi comportamenti e va a rinchiudersi nel solito, tremendo, circolo vizioso. I tre bambini israeliani uccisi e la ritorsione orribile su un ragazzo palestinese di Gerusalemme ne sono l'emblematica e insostenibile rappresentazione. L'ho detto, la questione di Israele e della Palestina è un nodo troppo aggrovigliato per arrogarsi la presunzione di trovare un filo. Ci stanno dentro il diritto di tutti a vedersi riconosciuto un Paese, la tragedia di un popolo che ha attraversato l'Olocausto e la diaspora, la tragedia di un altro popolo che è stato espropriato dalla politica fatta disegnando sulle mappe i confini, una città che le tre religioni monoteiste eleggono a santa. E ci stanno gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, i territori occupato dagli israeliani, la pressione dell'ala estrema di Hamas sull'Autorità Nazionale Palestinese.. Risultato, lo scontro o il sospetto, la morte o un intervallo che la prepara. Quando le ragioni si contrappongono in modo così brutale c'è un solo modo per uscirne. Una discontinuità secca, a costo dell'unilateralità, il coraggio di fermarsi e di non cedere alla paura dell'altro, qualunque cosa sia stato commesso. Una discontinuità che deve nascere dalle immagini che vediamo, che tutti vediamo. I corpi straziati, i bambini che muoiono, i genitori che ne tengono fra le braccia le spoglie come la Madonna quelle di Cristo. Quelle immagini sono più forti di qualunque argomento, soppiantano qualunque ragione degli uni e degli altri, azzerano la logica della provocazione e della ritorsione. Vanno alla radice dell'umanità. Oltre e prima c'è solo il nulla. E ci dicono che non c'è più tempo. La morte non ha mai tempo e non bisogna dargli il tempo che si prende, da sé. Non c'è più tempo per le ritualità delle road map nella diffidenza reciproca, per i viaggi del segretario dell'Onu, del segretario di stato americano, per l'ipocrisia degli stati arabi più ricchi, per i cessate il fuoco che non cominciano nemmeno. Non c'è più tempo. Anche se continua imperterrito, il tempo delle esplosioni e delle stragi è comunque finito. L'unica, reale, discontinuità non uò che essere quella del sangue e dei corpi straziati, delle gente che non c'entra nulla e muore. Oggettiva e al fondo di ogni coscienza, sotto gli strati delle confessioni, dei proclami, dell'intolleranza. A Jean Paul Sartre si attribuisce il pensiero che nessun libro abbia senso di fronte ad un bambino che muore di fame. Bisognerebbe ripartire da lì e gridare che niente ha senso di fronte a un bambino che gioca su una spiaggia o va a fare una passeggiata e viene ammazzato. Nulla.