Dove sta Matteo?

Dove sta Matteo?

22.01.2014 - 12:18

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Dove sta Renzi? E’ di sinistra? No, è di destra?.. L’irruzione sulla scena della politica nazionale del sindaco di Firenze ha subito creato un’onda mediatica imponente e ha fatto da reagente rispetto alle mappe tradizionali. Non c’è dibattito televisivo in cui non si finisca con quella domanda, una sorta di gioco di società obbligatorio se non fosse che la società che più conta è quella degli italiani che dalla politica si attendono risposte alle loro domande. Ci cadono tutti nella trappola, i conduttori per agitare le acque dei talk-show, gli editorialisti che ci vanno a nozze, i polemisti che non vedono l’ora di rovesciare le carte e sparigliare, come è bello dire che uno che dovrebbe essere di sinistra è di destra e trarne conclusioni opposte a seconda che si abbia la nostalgia dello zoccolo duro della sinistra, la predilezione per la liquidità del post-moderno secondo cui i ruoli sono ormai intercambiabili e nessuna identità è più fissa e resistente, oppure anche il qualunquismo del sono-tutti-uguali, per cui nessuna differenza passerebbe tra Matteo e Silvio. Stiamo nel gioco dei media, lo dobbiamo sapere e dobbiamo ricordare anche le regole del gioco che crea spesso il tema e ne orchestra la discussione, con le inevitabili e spesso brutali semplificazioni. Italicum, Pregiudicatellum ecc., dove i neologismi si sprecano in un circolo vizioso che intriga gli uni con gli altri i protagonisti della politica e i titolisti di giornali e telegiornali.Lo sappiamo, ma forse c'è anche altro. Intanto, qualcosa che va a oltre e si sovrappone alla questione destra e sinistra su cui ci si sta arrovellando da decenni ormai, con certi paradossi per cui si dice che la sinistra non può continuare a essere quello che è stata (?), salvo poi prendersela con chi si sposta e la sposta in nome di un'identità, di una storia, di una tradizione.. Bisogna decidersi e forse convincersi che non si può continuare a chiedere di cambiare e poi stigmatizzare il cambiamento, perché cambia troppo nei modi e nella sostanza. La storia non ha i bilancini e le percentuali di comodo perché le cose avvengano sempre in modo indolore e tutti d'amore e d'accordo. Ma questa è solo una considerazione sulla tortuosa psicologia che accompagna il dibattito sulla crisi del Paese. Invece, quello che mi pare vada sottolineato è che in controluce allo stantìo e vuoto disquisire sui concetti si rivela un'altra questione che si sintetizza nel confronto fra Renzi e Berlusconi. E il confronto innesca una controversia sulla legittimazione di entrambi. Renzi è il nuovo, ma che nuovo è, gli rimproverano, se sdogana l'avversario storico della sinistra e risveglia il demone berlusconiano stramortito dalle sentenze e prossimo ai servizi sociali? Come osa parlare con il mostro e addirittura accoglierlo nella sede del Pd? E poi che nuovo sarebbe se la prima cosa che fa è consegnarsi a un abbraccio con un vecchio e impresentabile coccodrillo, che ne ha fatte di cotte e di crude, e che magari alla prima occasione se lo mangia? Sembra la favola di Cappuccetto rosso e del Lupo cattivo e invece è il discorso nel quale siamo immersi. Che ci porta dritto a una questione che mi pare davvero di fondo, quella della politica sospesa tra valori e realismo, etica e opportunismo, come non cessa di ricordarci Il Principe di Niccolò Machiavelli, anche lui maestro della dissimulazione e di una pragmatica virtù, salvo avere un unico e determinante obiettivo, mantenere il potere. Ora, sono passati cinque secoli, anzi 501 anni, da quella pietra miliare, le cose sono cambiate, la dissimulazione fa ancor più parte strutturale della politica al tempo dei media e il flusso a tempo pieno a cui siamo sottoposti ci immerge in una bolla in cui ognuno va per conto suo e un blog o un tweet o un sondaggio diventano la maggioranza, l'opinione della gente per i prossimi cinque minuti.. Questa è la situazione e la scommessa di Renzi qui si inquadra. Un leader che un'intrinseca qualità mediatica, che non è ancorato all'analogico della politica e che si muove con trasversalità e scioltezza digitale, che non teme di confrontarsi con l'icona della vecchia televisione, Berlusconi, e di costruire un accordo spettacolo che sblocca un contenzioso intrappolato in se stesso. Inutile, forse, lamentarsi, rimpiangere, scandalizzarsi - ognuno naturalmente ne ha il diritto - meglio prendere atto dell'ambiguità strutturale nella quale ci troviamo. Fantasmi abbiamo davanti, fantasmi che però in questo caso decidono e rompono la routine del tempo perduto della politica. Fantasmi che sanno che l'unica cosa che non si possono permettere è il consenso a buon mercato, il maquillage e la virtualità delle buone intenzioni.

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