L'uomo nero col piccone

15 maggio 2013

15.05.2013 - 16:12

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L'immagine dell'uomo nero col piccone si insinua nella nostra già fragile sicurezza. L'uomo nero viene dal Ghana e una mattina è sceso per le strade di Milano e ha colpito chi capitava con quell'arnese che fa pensare alla furia selvaggia. Non per svellere muri o affondare nella terra, ma per abbattersi su ignari passanti. Sono morti in tre e non sanno perché e difficilmente qualcuno gli potrà spiegare cosa sia passato nella testa dell'uomo nero Mada Kabobo.
E adesso si discute del fatto che fosse un clandestino, che fosse stato espulso e che non dovesse aggirarsi per le strade di Milano. Già, non doveva esserci, però c'era e c'era con quella pulsione tremenda che gli ha fatto vedere negli altri, quali che fossero, dei nemici da abbattere e distruggere. Con un gesto terribile, che gli ha fatto imbracciare un piccone e vibrarlo giù. A uccidere. Suscita fantasmi orribili questa mattanza. E nell'immaginario Kabobo entra subito a rinfocolare l'ostilità contro gli uomini neri e la paura che trova una radice nell'infanzia delle favole, dove a un certo punto compariva minacciosamente il più oscuro e malefico dei mostri. "Attento che chiamo l'uomo nero!". Kabobo lo ha fatto rivivere, lo ha spostato dalla fantasia alla realtà, con tutto il rischio terribile che questo salto comporta, perché un conto sono le storie che si raccontano ai bambini, un conto un massacro nel centro di una metropoli.
Però, è un fatto che per raccontare il misfatto si torni a quel repertorio, reso ancora più angosciante da quello strumento che diventa di morte. Lasciamo stare i rigurgiti razzisti e quell'idea malintesa dell'immigrazione che vi vede una brutale invasione che dovrebbe essere arginata a suon di espulsioni e cavalli di frisia sulle coste o ai confini. E' ovvio che la strage alimenta le reazioni istintive e allarga attraverso i media il solco della paura. Kabobo non arriva da solo. E' preceduto da una schiera di anonimi che all'improvviso decidono che il sipario delle convenienze e delle regole non vale più e che la propria esistenza può essere affermata solo violando nel modo più crudele quella degli altri. Una schiera di anonimi, chiusi in una solitudine in cui evidentemente nessuno è stato capace di entrare o, se si vuole, in una testuggine che ha avuto il tempo per diventare sempre più spessa e impenetrabile.
Non si tratta di fare sociologia o psicologia a buon mercato, questi strappi accadono, sulla piazza di Palazzo Chigi come di una qualunque paese, in Italia e non solo. Basterebbe solo ricordare la carneficina di Anders Breivik nell'isola di Utoya o quella in un cinema di Denver di un giovanotto che si era identificato nell'antagonista serial killer di Batman. Casi diversi, certo, in contesti diversi, certo, che non vanno generalizzati, ma neanche ignorati nella trasversalità del segnale che mandano. La nostra epoca, la modernità, è nata sul mito dell'individuo che si contrappone alla massa e forte di sé realizza imprese straordinarie, nell'arte e nell'industria, nella scienza e nelle esplorazioni, con il corpo e con il pensiero un conflitto latente che non sempre segue la strada più serena e progrediente.
Può capitare, ed è successo, che un individuo si imponga agli altri trasformati in una massa desiderosa di identificarsi in quell'Uno e di affidargli il compito di liberarli dagli Altri, dalla sofferenza e possibilmente anche dalla morte. A rovescio, si può dare il caso di chi costruisce un muro nei confronti della società che percepisce come una minaccia alla sua libera individualità, spesso confezionata con tutta una mitologia a base di Progresso, Emancipazione, Uguaglianza, Solidarietà. Alla fine, la questione è sempre quella, l'individuo e gli altri, aggravata dal fatto che nella nostra società si moltiplicano le linee di contatto tra culture lontane, fra religioni antagoniste, tra la ricchezza sempre più di pochi e la povertà sempre più di tanti, fra una tradizione che non garantisce più e un cambiamento che disorienta e di cui si fatica a capire le modalità, fra le radici e lo spaesamento.
Quelle linee di contatto possono diventare linee di frattura, drammaticamente, e l'uomo nero col piccone di questo racconta. Sta a noi, alla nostra capacità di progettare una cittadinanza aperta e accogliente - e severa nella regole - non farlo diventare un fantasma dell'orrore e un ulteriore, irrazionale, deriva. A chi lo ha interrogato Kabobo ha risposto con smozzicate parole. Anche il linguaggio gli è precluso e, invece, la nostra unica risorsa è parlare, dialogare e riempire il vuoto che genera il piccone.

Guido Barlozzetti

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