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Un progetto politico per uscire dalla crisi

Anna Mossuto
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La preoccupazione e un tavolo non si negano a nessuno. La solidarietà e l'invito al dialogo sono due espressioni obbligatorie in qualsiasi dichiarazione. Ecco in questo si racchiude la reazione dell'Umbria alle tante, troppe, vertenze aperte che al di là delle parole si traducono in esuberi, licenziamenti. Trecentosessanta alla Perugina, 125 alla Colussi solo per fermarci all'alimentare. Ma poi tante piccole e medie aziende stanno ristrutturando e spediscono lettere a decine e decine di lavoratori, dall'ex Pozzi all'ex Novelli, tanto per citarne altre due alla ribalta della cronaca in questi giorni. Dal 2008 si sono persi 14mila posti di lavoro. Una cifra incredibile che non dovrebbe far dormire chi ha qualche minima responsabilità. Eppure si continua così, pensando che la nottata prima o poi passerà. Invece ogni giorno si aprono altri fronti, ogni giorno si scrivono altre lettere e si mandano a casa dipendenti. E tante aziende diventano ex aziende, la ex Merloni è il simbolo, ma il rischio è che anche la Perugina diventi ex nonostante gli spiragli delle ultime ore. Durante la presentazione del bilancio sociale 2016 dell'Inps è emersa una fotografia della regione nitida e si vede un'Umbria che fatica a riprendersi, che non è uscita dalla crisi, che non crea lavoro e che vede aumentare il precariato. Ovviamente i numeri sono datati e oggi la situazione non può dirsi alleggerita. Quindi? Nessuno ha la bacchetta magica o la ricetta per risolvere tutto ma è doveroso provarci, impegnarsi, inventarsi un nuovo modello di sviluppo. Perché le condizioni oggi come oggi sono favorevoli, le risorse non mancano anzi ne arriveranno tante (ricostruzione, area complessa, fondi europei Psr e Fesr, industria 4.0), quello che manca, come hanno sottolineato i sindacati e in parte le associazioni di categoria, è un progetto politico, una visione lungimirante di questa regione che distratta da troppi campanili e troppi interessi particolari resta ferma in un immobilismo granitico che non fa il bene di nessuno e fa il male di tutti. Quello che servirebbe sarebbe un patto, una (santa) alleanza tra imprese, sindacati, istituzioni e società civile che metta al centro e prima di tutto in ordine di priorità il tema del lavoro. Se non si va in questa direzione, l'impoverimento dell'Umbria sarà ancora più evidente, il declino inarrestabile. La china intrapresa non lascia troppe speranze, si possono fare tutti i viaggi al ministero a Roma per ottenere qualche ammortizzatore in più ma non è questa la strada per tornare in paradiso. Questa è la strada per sprofondare sempre di più verso il sud, questa è la strada per non agganciare la ripresa qualora passerà da queste parti, questa è la strada per smembrare un'identità. La politica più di altre componenti deve riappropriarsi del suo ruolo perché solo dalla politica possono arrivare quelle direttive e quegli imperativi per attrarre investimenti, per non far ridimensionare o chiudere le fabbriche, per salvare i posti di lavoro. La gente è sfiduciata, i sindacati cercano di fare il loro mestiere, gli imprenditori guardano il profitto e i conti, i politici non si impegnano abbastanza, l'Umbria rischia di diventare ex regione, ex terra di benessere e di buon governo. Insomma rischia di essere assorbita, fagocitata, da regioni più forti e più ricche. E si ridisegnerà una cartina geografica senza il Cuore verde d'Italia e forse rimarrà un punto per indicare l'ex Umbria.   [email protected]