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Pd, crisi al massimo e assemblea al minimo

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Anna Mossuto
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Santa Rita da Cascia è conosciuta in tutto il mondo perché concede grazie speciali, impossibili. Più di qualcuno nel Palazzo della politica aveva affidato alla sua ricorrenza la risoluzione della crisi che si trascina stancamente da ormai oltre tre mesi. Di settimana in settimana veniva fissato un termine buono per il rientro in giunta dell'ex assessore Luca Barberini che, ricordiamolo, a metà febbraio se ne è andato sbattendo la porta perché contrario alle nomine della sanità firmate dalla presidente Catiuscia Marini, nomine non improntate al rinnovamento (tema caro questo a Barberini che ha mollato la poltrona ribadendolo più volte, l'ultima in un post di facebook poche ore fa). Da allora dopo un momento di sbandamento gli addetti alla mediazione si sono messi all'opera armati di ago e filo per ricucire lo strappo. Addirittura ci sono stati tentativi in sede romana alla presenza di qualche illustre parlamentare chiamato a far da garante alle due parti in causa che sono, per chi si fosse perso qualche puntata, la governatrice e il sottosegretario agli Interni Gianpiero Bocci, a quest'ultimo fa capo Barberini. Sembrava fatta la prima volta, si erano aperte le scommesse, c'era chi giurava che era una questione di ore. Invece c'è stato bisogno di un altro vertice nella capitale, pure questo però infruttuoso. E allora via con gli abboccamenti in loco, i contatti informali e le telefonate roventi. Così sono trascorsi i giorni e i mesi. Intanto la magistratura ha aperto un'inchiesta per appurare cosa è successo dietro e intorno alle nomine, in particolare la storia dei curricula se veramente esaminati oppure no. Va fatta doverosamente una precisazione e cioè che il braccio di ferro è tutto esclusivamente politico all'interno del Partito democratico, le due correnti sopra menzionate, ma come spesso accade le diatribe si concentrano sulle teste dei tecnici. Si instaura un tira e molla bestiale, tra richieste di soprassedere e rimangiarsi qualcosa e inviti a dare un minimo segnale di apertura. Ma se nessuno accetta di fare un passo avanti o indietro il risultato è quella che abbiamo sotto gli occhi, vale a dire l'empasse più assoluta. Come se ne esce? Il bandolo della matassa giorno dopo giorno si attorciglia invece di dipanarsi. E si mette in giro un'altra chiacchiera tranquillizzante, un'altra scadenza carica di speranza. Nel frattempo la macchina va avanti, assicurano da Palazzo Donini, la sanità non risente della mancanza di un assessore perché le deleghe sono state spezzettate e i supplenti cercano di fare il meglio. Ma il problema resta e rimane intatta la frattura. Così facendo siamo arrivati al 22 maggio, giorno di Rita da Cascia, la santa delle grazie impossibili. I bookmakers al tramonto fisseranno un altro termine, per esempio dopo le amministrative oppure il 13 giugno, giorno di Sant'Antonio da Padova, o ancora il 21 giugno, solstizio d'estate. E via di questo passo. Certo, se si riuscirà a scavalcare l'estate allora tanto vale aspettare l'autunno, e quindi ottobre, e cioè il referendum costituzionale al cui esito è legata la sorte del premier Renzi e anche quella del suo governo. Da qui a Natale il tempo è un battito d'ali, e così il 2016 e anche la crisi regionale se ne vanno in cavalleria. Questo appena descritto è lo scenario peggiore. Non stiamo viaggiando con la fantasia a proposito dei tempi. A meno che non si concretizzi un colpo di scena, qualcosa che smuova l'ambiente dalle fondamenta. Se poi a questa situazione stagnante si aggiunge anche un tana libera tutti del partito allora siamo fritti. Eh sì, perché proprio ieri è accaduto qualcosa di inverosimile e anche imbarazzante dalle parti del Pd. All'assemblea regionale, massimo organismo, composta da trecento membri eletti dalle primarie, si sono presentate poche decine di persone e addirittura quando ha parlato il segretario regionale Giacomo Leonelli in sala c'erano letteralmente quattro gatti. Un'immagine mai vista nella storia di un partito, neppure in quello più scalcinato e non facciamo nomi per non offendere nessuno. Un'immagine che porta a pensare a una delegittimazione della classe dirigente, un'immagine che desta sconforto e tristezza, che stride con chi si riempie la bocca di parole come partecipazione e via dicendo. C'è una sorta di smobilitazione, di tana libera tutti che dovrebbe preoccupare e non poco la comunità umbra perché la crisi politica frena anche l'amministrazione mentre le emergenze all'ordine del giorno sono sempre quelle, dal lavoro ai rifiuti, dall'aeroporto alla mobilità in generale, e sono sempre in attesa di essere affrontate. Non farlo significa paralisi, significa vivacchiare e non governare. E questo, come la sala vuota dell'assemblea del Pd, non è un bel vedere, non è il bene che si merita l'Umbria. Eppure basterebbe un po' di buon senso, accantonare l'orgoglio e abbassare i muscoli per porre fine a questo pessimo spettacolo che sta andando in scena da troppo tempo, rimettendoci anche la faccia oltre la credibilità. Ma la strada imboccata non pare proprio quella giusta. A questo punto viene da pensare che non basta neppure Santa Rita a risolvere la crisi, qui bisogna appellarsi direttamente al Padreterno.