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La sanità è una scusa: resa dei conti nel Pd

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Roberto Minelli
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Poco più di otto mesi di lavoro e Palazzo Donini si è infilato in una crisi senza precedenti. Sono volati stracci ma anche parole pesanti come pietre che la memoria non potrà cancellare con un colpo di spugna. A farsi del male le anime del Pd, del resto il partito è maestro in questo, a essere maggioranza e minoranza di se stesso, e anche incredibilmente bravo a non indicare una linea, un orientamento, in anticipo. Ma facciamo un passo indietro e un riassunto delle puntate per chi fosse arrivato in questa regione solo per il fine settimana. Il nodo del contendere si chiama sanità, in particolare le nomine dei vertici di aziende e Asl. In una giunta regionale durata ore e ore con pizze e cioccolatini per calmare i morsi della fame, ecco che la presidente Catiuscia Marini firma i decreti per i nuovi direttori della Regione e alla sanità ci mette Walter Orlandi, che non è proprio il nuovo che avanza. Questo è avvenuto quando l'assessore alla sanità Luca Barberini era assente. Uno schiaffo che sa tanto di sgarbo istituzionale. Il giorno dopo un clima surreale, tra consiglio rinviato e giunte straordinarie, ha accompagnato le nomine dei manager, sempre assente Barberini. E siamo arrivati allo sganassone, di quelli che fanno male e lasciano le impronte della mano sul viso. L'assessore ovviamente non ci sta, dà le dimissioni e parla di arroganza della presidente e di fiducia ormai incrinata. La Marini risponde a tamburo battente e parla di ricatti, rivendicando i criteri del merito e della trasparenza. Esplode la crisi, con le opposizioni a invocare le dimissioni della presidente e i cinque stelle pronti a presentare un esposto in procura. E il partito in mezzo, disorientato come un pugile suonato, con il segretario Giacomo Leonelli che dopo aver assistito all'incendio promette di adoperarsi per spegnere le fiamme ma è consapevole che gli estintori non saranno sufficienti. Ma qual è la lettura o quali sono le letture di questo casino politico consumato su un tema delicato come la sanità ma che è soltanto l'apice di una contrapposizione antica? Allora, il tutto si può configurare come uno scontro di potere (o poteri), una gara a chi ha i muscoli (o gli attributi) per imporre la propria linea, alias i propri nomi ai vertici della sanità. In altre parole il braccio di ferro con attacchi incrociati vede da una parte la Marini e i suoi supporter e dall'altra l'ala del sottosegretario Bocci con ben cinque consiglieri regionali (e su questo ci torneremo perché i rapporti di forza sono destinati a cambiare nell'emiciclo di palazzo Cesaroni) capeggiati da Barberini. E il braccio di ferro tra le due anime del partito si è trasformato in una guerra senza frontiere. Attacchi incrociati e veleni al fulmicotone per le nomine decise sulla testa dell'assessore competente (e assente) che per dignità prima di tutto e poi per opportunità politica si è dimesso. Un gesto di coerenza, da applaudire in un momento in cui i politici, tutti nessuno escluso, hanno il sedere incollato con il bostik alla poltrona. C'è un limite a tutto, si sarà detto mentre firmava la lettera di dimissioni. Del resto la conseguenza non poteva essere che questa, altrimenti sarebbe stato un assessore menomato. Su questa vicenda la verità è che si scontrano due visioni, quella del rinnovamento e quella della conservazione. Una rappresentazione forse non proprio corretta ma è il messaggio che è venuto fuori e che impazza dappertutto, in particolare sui social e tra la gente. Barberini da quando si è insediato ha propugnato la linea del cambiamento perché la sanità ha bisogno di metodi diversi che non quelli dell'appartenenza e della fedeltà. E su tutti il nome-emblema era quello di Orlandi che da un ventennio si occupa di affari sanitari. La decisione della presidente di mandare Orlandi a guidare la direzione regionale della sanità è stata vista come una forzatura e onestamente anche poco comprensibile perché tutto si può dire di Orlandi, anche che è il miglior manager al mondo, tranne che rappresenti il cambiamento. E poi per dirla tutta ci sono almeno altri due aspetti: è sembrato il classico modo per farlo uscire dalla porta dell'Azienda e farlo rientrare dalla finestra della direzione, e inoltre anche un segnale di commissariamento all'assessorato e a tutta la compagnia. Dall'altra parte la presidente ha sempre rivendicato la propria autonomia e legittimità nel firmare le nomine e quindi non ha fatto nient'altro che esercitare il proprio ruolo. Orlandi andava sistemato in quel posto e non ha voluto sentire ragioni, è diventata una questione di principio, e oltre questa anche le altre nomine sono state imposte inaudita altera parte. Nessun cedimento altrimenti avrebbe perso la faccia e sarebbe diventata lei una presidente menomata. È stato l'inizio della rottura, la corda si è rotta. In questa storia è mancato il buon senso, le impuntature possono creare lì per lì soddisfazione ma non portano lontano come non portano bene gli atteggiamenti di supponenza nei confronti dei propri collaboratori. Non ci si può meravigliare se un assessore umiliato si dimette perché al di là di tutto i fatti sono che le nomine sono state scritte e firmate senza la presenza di Barberini. E questo si chiama mancanza di rispetto istituzionale. Ma le domande sono anche altre: se si arriva a questo punto, a forzare così la mano, vuol dire che si è coperti dal nazionale oppure la genesi è tutta umbra? E chi da Roma sponsorizza un tale comportamento che manda in frantumi una giunta e una maggioranza? Perché accelerare di imperio pur avendo a disposizione ancora una decina di giorni? E gli effetti si sono valutati, per esempio, sul funzionamento del consiglio regionale, e cioè che i cinque bocciani si potranno sentire svincolati dal gruppo e avere mani libere nella presentazione di atti e soprattutto nelle votazioni? E ora come se ne esce? Dalle parti della Marini si ostenta fiducia perché, questo è il ragionamento, appena si sono calmate le acque e gli animi i bocciani rientrano in giunta. È solo questione di tempo. Dalle parti di Bocci l'affronto è stato sentito e brucia fortissimo, non c'è alcuna intenzione di perdonare l'offesa personale e politica. A nostro avviso ricucire la rottura è un'impresa ardua, ai limiti della missione impossibile, i poveri Leonelli e il capogruppo Gianfranco Chiacchieroni nelle vesti di mediatori non sanno dove sbattere la testa. Del resto, diciamocela tutta, la questione sanità è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e si è consumata la feroce resa dei conti originata dal conflitto tra due impostazioni politiche, tra chi vuole smuovere l'immobilismo e chi cerca di custodire le rendite di posizione. Qualcosa non ha funzionato ed è avvenuto il patatrac. Una brutta, una bruttissima pagina in cui ha perso la politica. La via d'uscita ci sarebbe, fare appello al buon senso e ritrovare il filo del dialogo innanzi tutto, poi rimettersi attorno a un tavolo e ridare le carte. Per il bene di tutti, per il bene di questa regione che non si merita politici che per una questione di puntiglio perdono la credibilità. Ps - L'unica parlamentare che a caldo ha detto la sua sul balletto delle nomine è stata l'onorevole Anna Ascani. Coraggiosamente ha scritto che la politica umbra non dà bella mostra di sé. Come non darle ragione? [email protected]