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Piroette sulla legge elettorale e difesa d'ufficio delle donne

Anna Mossuto
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Il centrodestra che non t'aspetti. Prima vota con la maggioranza la nuova legge elettorale e poi una volta che le elezioni sono passate presenta ricorso. C'è qualcosa che non quadra per il verso giusto. Ma per capire meglio bisogna fare qualche passo indietro, e precisamente tornare a febbraio scorso. Quando il consiglio regionale, allora composto da trenta consiglieri, approvò il nuovo sistema di norme che avrebbe regolato da lì al 31 maggio i meccanismi delle elezioni regionali. Cosa successe in quella fatidica seduta? Fu dato il via libera alla legge grazie alla maggioranza e tre voti dell'allora opposizione. Voti che, ricordiamolo, furono definiti un soccorso azzurro ma in quell'occasione non si trattò di un aiuto tipo patto del Nazareno perché la maggioranza bastava e avanzava. Fu una scelta che spaccò l'opposizione, giustificata dal fatto che chi governava aveva concesso il cosiddetto premio al miglior perdente. Un regalino alla minoranza ricambiato con tre voti, dei tre capigruppo di Forza Italia, Fratelli d'Italia e Nuovo Centrodestra. Tutti partiti che sostenevano il candidato a presidente Claudio Ricci, giudicato poi dalle urne miglior perdente nella sfida contro l'uscente Catiuscia Marini. E veniamo a oggi. La legge non piace più e quindi ecco pronto il ricorso. Ma come, si chiede l'uomo della strada, prima va bene quindi si vota e poi si boccia? C'è qualcosa che non funziona. Anche se va detto che due dei tre consiglieri favorevoli non sono stati rieletti, ma la decisione non era certo a titolo personale. Ergo, la confusione regna sovrana e il centrodestra continua a distinguersi in incoerenza, tanto per essere benevoli. Eppure quella legge gridava vendetta allora e grida vendetta oggi. Ma a salire sul pulpito quelli del centrodestra dovrebbero essere gli ultimi. Il consigliere Ricci non criticò a febbraio la legge, forse era distratto dalla campagna elettorale o forse non si era accorto di quello che i suoi sostenitori avevano votato. Oppure prima andava bene, sperando in un risultato diverso e oggi quell'impianto normativo è brutto e cattivo? Ma insomma mica la gente ha l'anello al naso...Tornando a bomba, ieri come oggi ribadiamo che la legge elettorale aveva dei lati positivi perché aveva abolito il listino regionale, quel Porcellum in salsa umbra che aveva permesso a chi non aveva consensi di sedere in consiglio regionale, e perché aveva scelto il collegio unico considerate le modeste dimensioni della regione. E dei lati negativi, vale a dire primo tra tutti il premio di maggioranza con il 60 per cento dei seggi alla lista vincente ma senza alcuna soglia minima di voti. Pur sapendo che, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2014 sulla legge elettorale nazionale, un premio di maggioranza che non preveda una soglia è probabilmente incostituzionale, a parere di esperti costituzionalisti che hanno ritenuto la legge fatta su misura del Pd. A parere di chi scrive, un altro aspetto negativo è la doppia preferenza di genere: questa volta, a conferma dell'inutilità e dell'introduzione quasi ideologica, sono state elette meno donne rispetto a cinque anni fa. Uno strumento questo come le quote rosa che anziché favorire le donne le svantaggiano. E il problema serio è che sono proprio le donne a non accorgersene. Qualche volta anzi se ne fanno bandiera per nascondere forse altri calcoli, altri interessi. Come ad esempio l'endorsement dell'ex assessore al Comune di Perugia Lorena Pesaresi che ha preso carta e penna e ha detto la sua sulla presidenza del consiglio regionale. E cioè che a suo parere va eletta Donatella Porzi perché la più votata e perché donna. Ora, se la Porzi non fosse risultata lady preferenza la Pesaresi l'avrebbe proposta lo stesso perché di genere femminile ma sarebbe stato più convincente e condivisibile se la Pesaresi e chi la pensa come lei avesse proposto la Porzi perché innanzi tutto capace anche se al primo incarico come consigliere regionale. Insomma per la poltrona di presidente di Palazzo Cesaroni, come per tutti gli altri posti apicali, sarebbe più giusto se si usasse il criterio del merito e non quello del genere. Che ci sembra lo stesso da adottare quando si parla di fare spazio ai giovani. Beh, il rinnovamento non passa per la carta d'identità ma per le competenze. Questo dovrebbe valere sempre, questa sarebbe buona politica. Gli altri discorsi, come ad esempio i riposizionamenti vari che passano anche per le segreterie degli assessorati, appartengono a una logica vecchia quanto il cucco. Che fanno male alla politica, la impoveriscono e allontanano i cittadini dalle urne. [email protected] www.annamossuto.it