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Geyser nel Tirreno, boati e lanci di fango al largo di Montecristo: arrivano i robot

Sergio Casagrande
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Continua ad essere avvolto dal mistero, anche sei i fatti sono sicuramente riconducibili a qualche fenomeno geologico ancora tutto da identificare, quanto accaduto giovedì 16 marzo 2017 nel tratto del mare Tirreno tra l'isola di Montecristo e lo Scoglio d'Africa dove, all'improvviso, dal fondo marino si è elevato un geyser e, tra cupi e ripetuti boati, sono cominciate esplosioni sottomarine con il lancio di fango ed emissioni di gas. (clicca qui per saperne di più) Delle indagini si stanno occupando i ricercatori dell'Ingv, l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia che impiegheranno in loco anche una sofistica strumentazione sottomorina, fatta di robot e telecamere, già utilizzata per scandagliare i tratti di mare del nerreno che nascondono vulcani sottomarini. Intanto "Il Tirreno" ha raccolto nuove testimonianze dei pescatori che hanno assistito all'incredibile e spaventoso fenomeno. "Era potente, ininterrotto – racconta al giornalista Luca Centini il pescatore professionista Alessandro Ricci che ha assistito alla scena assieme a una decina di colleghi – il getto aveva un'ampiezza di 50-60 metri quadrati. È andato avanti così per oltre venti minuti, poi ha perso intensità. Non sapevamo se scappare, ma alla fine io e i miei colleghi siamo rimasti a guardare quello strano spettacolo della natura". "Potrebbe essere - scrive quindi "Il Tirreno" dopo aver ascoltato alcuni esperti - un piccolo vulcano di fango sottomarino ad essersi svegliato nel braccio di mare tra Pianosa, Montecristo e la Corsica. La possibilità viene fornita dal geologo Marco Morelli, direttore della Fondazione Parsec (Parco delle scienze e della cultura) di Prato, che da anni monitora l'isola in seguito alle numerose segnalazioni di boati avvertiti al largo della costa occidentale elbana. «È possibile che un evento di questo tipo possa essere legato all'attività di un vulcano di fango sottomarino – aggiunge al quotidiano di Livorno il geologo Marco Morelli – si tratta di fenomeni piuttosto diffusi le cui caratteristiche sarebbero compatibili con le testimonianze raccolte in queste ore. Del resto in quella zona del Tirreno i ricordi di episodi simili sono decennali. Mi sentirei di escludere, invece, la possibilità di un'attività vulcanica standard». Intanto c'è preoccupazione, oltre che curiosità. Il sindaco di Portoferraio (Livorno) chiede che vengano presto date spiegazioni ufficiali per la sicurezza di tutti quei pescatori che frequentano questa area del Tirreno mentre resta in vigore l'ordinanza della Capitaneria di Porto di Portoferraio che vieta alle imbarcazioni la navigazione entro il raggio di 500 metri dal punto in cui si è verificata l'emissione di gas (42° 23.7' Nord; 010° 05.6 Est). Tra gli abitanti delle isole dell'arcipelogo toscano, invece, ci si interroga se possano essere preoccupanti segnali. E si rispolverano ataviche paure e perfino leggende. Intanto oltre a geologi e sismologi anche i vulcanologi stanno prestando grande attenzione al fenomeno. Nel mar Tirreno, infatti, è noto da tempo che si nascondono numerosi vulcani, alcuni in attività. Ed uno in particolare, è ritenuto il più pericoloso di tutta europa: il Marsili. "Nel caso dei mari italiani - ha spiegato recentemente il Dipartimento di Protezione civile - l'attività vulcanica sottomarina è concentrata in alcune zone del Mar Tirreno e del Canale di Sicilia, dove la crosta terrestre è più sottile e fratturata. Alcuni vulcani sottomarini sono ancora attivi e talvolta manifestano la loro presenza rilasciando gas e deformandosi molto lentamente; altri ormai estinti rappresentano delle vere e proprie montagne sottomarine o seamounts. La loro attività risulta diversa da quella dei vulcani presenti sulla terra emersa, perché sono circondati dall'acqua marina, che raffredda rapidamente i prodotti emessi e talvolta frammenta il magma generando delle piccole esplosioni, i cui prodotti vengono in parte depositati sul fondo e dispersi dalle correnti marine". Oltre ai più noti Marsili, Vavilov e Magnaghi (tutti davanti alle coste della Campania), vanno ricordati i vulcani sottomarini Palinuro, Glauco, Eolo, Sisifo, Enarete (davanti a Campania, Calabria e Sicilia) e i numerosi apparati vulcanici nel Canale di Sicilia, dove le eruzioni sottomarine al largo di Pantelleria nel 1891 e al largo di Sciacca nel 1831 rappresentano le uniche testimonianze storiche di questo tipo di attività. Il Marsili, comunque, è quello che desta maggiori preoccupazioni: popolarmente Etna, Stromboli e Vesuvio sono i vulcani d'Italia e d'Europa più conosciuti, ma in realtà, il Marsili è l'edificio vulcanico sottomarino più grande del vecchio continente e secondo alcuni vulcanologi anche quello più da temere. Perché la sua attività è costante e nascosta dal mare ed è ritenuto pronto pronti a scatenarsi in nuove fasi eruttive di materiali magmatici ed esplosioni. Il grande cratere del vulcano è localizzato in mare aperto, nel Tirreno sud-orientale, a circa 65-70 chilometri a nord dell'arcipelago eoliano, non lontano dalle coste della Calabria tirrenica. Le sue dimensioni sono imponenti: si estende per più di 70 chilometri per una larghezza complessiva di 30. Dal fondo marino si eleva per circa 3000 metri fino ad arrivare a circa 450 metri del pelo d'acqua del Tirreno. E anche attualmente ha un'attivita magmatica costante. Recenti ricerce sottomarini hanno confermato una situazione di elevatissima pericolosità, con eruzioni sottomarine che sarebbero praticamente continue. Il sismologo Enzo Boschi ha messo più volte in guardia sui rischi: "Il cedimento delle pareti del Marsili muoverebbe milioni di metri cubi di materiale, che sarebbero capacie di generare un'onda di grande potenza che investirebbe le coste della Campania, della Calabria e della Sicilia provocando disastri".