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Uccisa in altotevere: ha lottato disperatamente con l'assassino

Luca Serafini
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Katia ha lottato contro il suo assassino. Lui, l'omicida, doveva essere in preda ad un raptus, perché ha agito con una violenza inaudita. Il killer ha ripetutamente preso di mira il viso e il capo della donna, fin quando l'ha vista spirare e allora è sparito nella notte a bordo dell'auto sulla quale aveva portato lì la 41enne. Forse il killer ha iniziato a mani nude, poi ha sferrato i micidiali colpi con un arnese, che potrebbe essere un martello, ma non è stato definito con precisione. Un corpo martoriato, quello di Katia Dell'Omarino: il cranio sarebbe sfondato sulla parte occipitale. Altre offese al capo, graffi ovunque, contusioni e pare ci sia anche una frattura alle costole: l'assassino potrebbe averla presa a calci quando era a terra. E' stato un vero massacro lì sul greto del torrente Afra, a Sansepolcro. Katia è giunta lì con l'omicida, in macchina, dopo l'appuntamento nel parcheggio dove la donna ha lasciato la Citroen C1 rossa. Era passata la mezzanotte. La coppia deve aver raggiunto quel posto per un chiarimento, oppure per appartarsi. La lite forse è iniziata nell'abitacolo. Non sarebbero stati rilevati segni di violenza sessuale né di un rapporto consumato. Nelle prime fasi della colluttazione alla donna sono caduti per terra gli occhiali che indossava, altrimenti sarebbero stati fracassati in quel diluvio di colpi alla testa. Ma nel corpo a corpo, l'assassino ancora senza volto deve aver lasciato la sua firma. Il dna. L'accertamento eseguito dal professor Marco Di Paolo, e dalla dottoressa Isabella Spinetti, è servito anche per isolare tracce biologiche riconducibili all'assassino. Frammenti di cute rimasti sotto le unghie della povera Katia, oppure peli, capelli, saliva.