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Coronavirus, niente riaperture perché mancano i protocolli Inail. Per la fase 2 Umbria a basso rischio

Alessandro Antonini
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Bocciate le riaperture dell'11 maggio richieste dall'Umbria. Che paga i ritardi del livello centrale. Inail e comitato scientifico nazionale non hanno ancora definito i protocolli di sicurezza dei lavoratori. Lo stop è per tutte le regioni. Il ministro agli Affari regionali, Francesco Boccia, ha scritto a Stefano Bonaccini, governatore dell'Emilia e presidente della Conferenza delle Regioni: il comitato tecnico scientifico del governo e l'Inail, a più due mesi dall'inizio del lockdown e nonostante i 450 consulenti, non hanno ancora predisposto le linee guida per la sicurezza sul posto di lavoro. I presidenti di Regione senza quelli non possono aprire. “Le Regioni devono necessariamente intervenire con misure coerenti con i provvedimenti statali nel rispetto del principio di leale collaborazione”. Boccia ha chiesto a Bonaccini di inviare la lettera a tutti i governatori. Niente ripresa per parrucchieri, barbieri e commercio al dettaglio, come richiesto da Palazzo Donini. La data indicativa per le aperture differenziate resta quella del 18 maggio. Sempre se arrivano prima le linee guida. Ma l'Umbria è pronta a gestire la fase 2? Per ora sì. Sono state fissate le soglie massime di contagiati per la prossima settimana: non dovranno essere superati i cinque positivi “sintomatici”. Nel monitoraggio del ministero per la settimana tra il 29 marzo e il 5 aprile erano stati tanti i contagiati scoperti per diagnosi o prelievo. L'allerta scatta quando i casi aumentano nella settimana successiva. La settimana prima (22-28 marzo) erano stati 21 i casi, con un calo del 76,2%. Anche per questo il ministero ha giudicato l'Umbria “a basso rischio”. Ma per i giorni a venire sono attesi rialzi: “Nei primi 15-20 giorni dopo la riapertura”, è scritto nel report ministeriale, “è atteso un aumento del numero dei casi”. Perciò questo indicatore va valutato insieme a tutti gli altri. Almeno il 60% di questi deve avere trend in aumento, per rischiare di tornare in lockdown. Da non superare, sempre per l'Umbria, i 14 casi riportati dalla Prociv (asintomatici). L'Rt, calcolato a 0,83 (il dato di ieri era sotto lo 0,5) deve restare sotto l'1. Non devono nascere nuovi focolai. L'occupazione di posti letto di terapia intensiva non deve superare il 30% del totale. L'Umbria è al 10%. E' del 40% la soglia massima di occupazione di tutti i posti dell'area medica da parte di pazienti Covid. Cuore verde al 7%. Unica criticità l'indicatore del tempo mediano tra la data di inizio dei sintomi e la data della diagnosi: Umbria è a 12,5 giorni come mediana settimanale quando la soglia di allerta è a cinque. Anche se il calcolo riguarda soltanto due casi. I numeri complessivi dei materiali distribuiti in Umbria dall'inizio dell'emergenza contano alti e bassi. I tamponi ricevuti sono stati 56.200. Su una popolazione di 880 mila abitanti. Posti letto, terapia intensiva e ventilatori: il 30 marzo scorso, quando è stato raggiunto il picco dei ricoverati, erano 220 i pazienti ospedalizzati, di cui oltre 40 in terapia intensiva. Con l'aumento di i 200 posti letto complessivi negli ospedali si è arrivati a coprire un fabbisogno massimo stimato di 350 posti da destinare a Covid. Per le rianimazioni si è a quota 104, con obiettivo a breve termine di raggiungere i 140 posti. Altri 30 posti dotati di ventilatori arrivano dall'ospedale da campo. Risultano 64 (ne mancano cinque per completare la dotazione) i ventilatori per la terapia intensiva. Più indietro la sub intensiva: solo 29 respiratori. Ne mancano 84.