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Coronavirus in Umbria, via alla sperimentazione della plasmaterapia

Francesca Marruco
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Via alla plasmaterapia anche in Umbria. I primi prelievi dalle braccia dei guariti dal Covid potrebbero essere effettuati anche entro un paio di settimane. Giovedì pomeriggio infatti è arrivato l'ok del comitato etico umbro e nelle stesse ore è stato consegnato il macchinario chiamato Intercept, che serve per inattivare il plasma da un punto di vista virale. Poi il plasma verrà inviato al centro di microbiologia dell'ospedale di Pisa da cui arriverà il responso che decreta se il plasma contiene o meno gli anticorpi neutralizzanti. Perché sono quelli, che cambiano le carte in tavola. Per essere utile, o meglio, per sperare che sia utile, il plasma, così come stabilito nell'ambito del protocollo di sperimentazione a cui ha aderito anche l'Umbria, deve contenere un numero minimo di anticorpi. Il tutto è stato spiegato dal dottor Mauro Marchesi, direttore del servizio immunotrasfusionale dell'ospedale di Perugia che ieri mattina ha partecipato alla conferenza stamo tenuta in Regione dall'assessore alla sanità, Luca Coletto, e dal direttore regionale, Claudio Dario. “Abbiamo iniziato a pensare alla plasmaterapia già dal 30 marzo - ha spiegato Marchesi raccontando l'iter che ha portato l'Umbria ad aderire alla sperimentazione multicentrica di cui Pisa è capofila - quando c'era stato appena un malato. Poi ci siamo attivati e ora siamo nello studio a cui aderiscono sempre più regioni e soggetti”. Marchesi ha spiegato che dal 20 aprile è stato approntato un protocollo per garantire la privacy dei donatori e ora, con l'installazione del macchinario e la lista dei convalescenti si passa al secondo step. “In molti hanno già chiamato per donare il loro sangue - ha aggiunto Marchesi - e lo si potrà fare nei centri di Perugia, Terni, Castello, Foligno e Branca”. Qualora il plasma di un paziente dovesse essere ritenuto idoneo, e quindi dotato di anticorpi neutralizzanti che vanno a combattere il virus all'interno del corpo di un malato si procede alle infusioni. Per ogni guarito si possono prelevare 600 ml di plasma che vengono usati per un altro malato. Il protocollo lo ha spiegato lo stesso Marchesi: “Ai malati vanno fatte tre infusioni, in tre giorni di fila, alla comparsa dei primissimi sintomi di aggravamento delle condizioni polmonari”. Rispondendo ai giornalisti, è stato inoltre spiegato che la terapia non è priva di effetti collaterali, “ma è la stessa somministrazione di plasma che si fa in condizioni normali per cui deve esserci appropriatezza nell'utilizzo e poi il plasma viene sottoposto sia a indagini infettivologiche che al protocollo di inattivazione virale e si approccia ad essere un prodotto di tipo farmaceutico, come il plasma che noi diamo alla case farmaceutiche per produrre gli emoderivati. Non c'è - ha concludo Marchesi - un aspetto peggiorativo in questa situazione rispetto ad altre tipologie di pazienti”. Quanto la plasmaterapia potrà essere utile nella cura al Covid? In Italia, come altrove, è un argomento molto dibattuto, di certo la sperimentazione aiuterà a capire. Sul punto, lo stesso Marchesi ha detto: “Teoricamente si tratta di una delle terapie più adeguate per la cura”.