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Coronavirus in Umbria, la testimonianza di chi ha superato il contagio: vi racconto i miei giorni in ospedale

Catia Turrioni
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“Nella mia vita ne ho passate tante ma questa sensazione di fragilità non l'avevo mai avvertita. Mentre mi portavano in ospedale con l'ambulanza, guardavo le luci fuori e pensavo: chissà se farò mai ritorno a casa. Poi la fede mi ha aiutata, ho tirato fuori tutta la forza di cui ero capace ed eccomi qui”. A parlare è Silvia Pagliacci, presidente di Federfarma Perugia e del sindacato nazionale delle farmacie rurali. Lei, che vive ed esercita a Valfabbrica, è stata per 23 giorni in ospedale per il Covid. Adesso che è a casa in attesa dell'esito del secondo tampone (il primo al Coronavirus è già risultato negativo) ripercorre i momenti più difficili della malattia ma anche quelli più belli e importanti. “Le catene di preghiera dirette da Facebook da don Antonio, le pietanze preparate dai miei vicini, i biglietti, i messaggi dei tanti miei amici sono stati il mio salvavita”, racconta. Un ruolo importante, in tutta questa storia, l'ha avuto anche la sua professione che le ha permesso di giocare d'anticipo su più fronti quando ancora le attuali misure di prevenzione non erano nemmeno contemplate. E' il compagno di Silvia il primo ad ammalarsi dopo una trasferta per lavoro a Orvieto. Lei capisce subito la situazione di rischio e si mette in isolamento volontario insieme alla figlia e alla sorella. “Dobbiamo imparare a proteggere noi ma anche gli altri - spiega - e questo il mio lavoro me lo ha insegnato bene. Già dalle primissime fasi dell'emergenza, abbiamo dotato le nostre farmacie di barriere in plexiglass e utilizzavamo guanti e mascherine. Questo ha permesso di ridurre drasticamente la catena dei contagi”. L'autoisolamento è stata una mossa azzeccata. “E' iniziata con forti dolori muscolari e cefalea, quando ancora questi sintomi non erano noti, io ho fatto presente ai miei colleghi farmacisti prima e ai medici poi, che registravo una totale perdita del gusto e dell'olfatto. Dopo un paio di giorni mi sentivo meglio, invece all'improvviso sono crollata”. Silvia viene portata con un'ambulanza al Santa Maria della Misericordia con la polmonite e bassi livelli di saturazione. Qui resta ricoverata per quattro giorni e poi trasferita a Pantalla. Farà ritorno a casa solo per il Venerdì Santo, dopo 23 giorni di ospedale. “Ricordo le mie paure e le mie sofferenze - racconta Silvia - ma anche il volto dei medici, degli infermieri, degli inservienti che ogni giorno sanificano le stanze. Tutti avevano per noi una parola buona, un gesto affettuoso. All'inizio è stata dura, non potevo comunicare con nessuno, non ne avevo le forze. Nella fase meno seria della malattia, invece, sono riuscita a socializzare anche con chi, come me, stava vivendo quell'incubo. Ho trovato delle persone splendide, con cui sono ancora in contatto”. Anche la sorella di Silvia ha contratto il virus ed è tuttora ricoverata in ospedale. L'unica rimasta indenne della famiglia è la figlia sedicenne che vive in un'ala riservata della casa, sottoposta a mille restrizioni. “ Mi manca non poterla abbracciare - si lascia andare Silvia - ma confesso che in questo momento avrei paura di farlo anche se avessi la conferma del secondo tampone negativo. Purtroppo il virus lascia uno strascico psicologico importante. E adesso più che mai comincio a prendere consapevolezza e ad avere paura per quello che poteva essere”.