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Umbria Mobilità affossata da mazzette e favori

Francesca Marruco
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Gli “interessi pubblici” di Umbria TPL e Mobilità erano “stabilmente asserviti” ad interessi privati. A quelli delle società romane Cotri e Roma Tpl, “quali espressioni degli interessi personali di Antonio Pompili, Marco Cialone e Vittorio Ficchi” per il tramite dell'ex direttore generale della stessa Um, Paolo Paduano, che, “in cambio ha ricevuto lauti compensi derivanti dalla stipula di due contratti di collaborazione, incurante degli ingenti danni patrimoniali causati” alle aziende umbre. Anzi, la “gestione delle società umbre” sta scritto nel decreto di sequestro preventivo con cui ieri i militari della guardia di finanza di Perugia del colonnello, Danilo Massimo Cardone, hanno messo i sigilli a beni mobili e immobili per 8 milioni, è stata talmente condizionata dagli interessi privati e illeciti, che sono state assunte iniziative economiche “contrarie ad ogni logica aziendale”. Non solo. In un secondo momento, quando ormai Um era stata trascinata nel vortice delle aziente romane per cui erano stati paventati enormi introiti, c'è stato anche “l'omesso avvio di qualsiasi iniziativa volta ad ottenere il pagamento di almeno parte degli ingenti crediti maturati nei confronti delle società cooperative romane”. Eccolo il tassello che mancava al puzzle del disastro Umbria Tpl e Mobilità. E' arrivato nei giorni scorsi, quando il gip Lidia Brutti, su rischiesta del pm, Manuela Comodi, autorizza una serie di sequestri preventivi. Paolo Paduano, Marco Cialone, Vittorio Ficchi e Antonio Pompili sono accusati di associazione per delinquere, induzione indebita, corruzione, per atti contrari ai doveri d'ufficio e bancarotta fraudolenta. Con le loro condotte, hanno ricostruito i militari del nucleo di polizia economico finanziaria di Perugia diretto dal tenente colonnello, Selvaggio Sarri, hanno portato Umbria Mobilità in un “vertiginoso accumulo di crediti non riscossi nei confronti delle consortili romane”. Un fiume di soldi mai percepiti che spinge Um sull'orlo del baratro. La svolta nell'inchiesta sul dissesto milionario dell'azienda di trasporti umbra, arriva nel 2018. Enzo Fonti va dal pm Comodi e vuota il sacco. Fonti è il titolare della Autoservizi Tpl, una piccola ditta di trasporti. Pensava di fare il salto di qualità ed entrare nel grande business dei trasporti romani dando retta alle richieste illecite del potente Paolo Paduano. Al magistrato racconta di un sistema ianugurato 20 anni fa fatto di corruzioni continue per garantirsi introiti. “Tutto è possibile ma occorre stare alle regole e non dire mai di no” avrebbe detto Paduano allo stesso Fonti che, sta scritto agli atti, è partito da mazzette di sei milioni e mezzo al mese fino ad arrivare a nove mila euro. Fonti paga fior di quattrini, noleggia auto di lusso ai romani e a Paduano (che di fatto diventa l'amministratore della sua Autoservizi), ne assume figli e parenti, ed entra finalmente nel grande affare del trasporto della capitale. Ma alla fine il giocattolo si rompe. La Autoservizi, ormai svuotata a forza di sponsorizzazioni fittizie per mascherare le mazzette, crediti mai riscossi e spese folli per accontentare chi la faceva lavorare, va in defalut. E' il luglio del 2017 quando una sentenza ne dichiara il fallimento. Fonti ci pensa per un anno. Poi va dal pm Comodi e gli fornisce il pezzo di puzzle che mancava.