Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Ragazze schiave dalla Nigeria, tre condanne a 34 anni

Francesca Marruco
  • a
  • a
  • a

In tutto dovranno scontare 34 anni di reclusione per aver introdotto in Italia ragazze nigeriane, anche minorenni, facendole passare per l'inferno della Libia e poi averle introdotte alla prostituzione. La Corte d'Assise di Perugia - presieduta dal giudice Andrea Battistacci, a latere Francesco Loschi -, ha condannato tre persone, due uomini e una donna, di origine nigeriana per associazione per delinquere e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, assolvendoli però dalle più gravi accuse di tratta di esseri umani e riduzione in schiavitù. Il procuratore Giuseppe Petrazzini - che ha ereditato il fascicolo della collega Antonella Duchini della Direzione distretuale antimafia - aveva chiesto 59 anni di reclusione. “Quando tornerà a casa la picchierò con la frusta, così imparerà a comportarsi bene”, diceva la “madame”, Glory Osakpamwan, che è stata conndannata a 13 anni di carcere e al pagamento di 110 mila euro di provvisionale alle ragazze. Il fratello, Ernest Osakpamwan, è stato invece condannato a 14 anni e al pagamento di 110 mila euro. Ad Okuson Bright è stata invece inflitta una pena di sette anni e del pagamento di 28 mila euro. Secondo quanto ricostruito dai poliziotti della squadra mobile che portarono avanti l'indagine, il gruppo avrebbe portato a Perugia diverse ragazze e poi, per farsi pagare il debito di ingaggio le ha sfruttate facendole prostituire sotto minacce di morte, violenze fisiche, psicologiche e perfino riti vodoo. L'inchiesta partì a fine 2016 quando una delle vittime, una minorenne, si ribellò e andò in questura a Perugia raccontando di essere stata rapinata e costretta a rapporti sessuali a pagamento da una sua connazionale (Glory) che, insieme al fratello (Ernest) le aveva proposto di venire a lavorare in Italia. La 17enne era scappata dopo essere stata costretta a prostituirsi. Poi era tornata indietro a Perugia ed era stata aggredita. In questura era arrivata con i segni ancora addosso. Da quel momento scattò l'indagine e i quattro finirono intercettati e pedinati. Nel 2017 vennero arrestati dalla squadra mobile e si trovano ancora adesso in carcere. Dalle migliaia di chiamate finite agli atti si evince il collegamento con altri soggetti libici rimasti non identificati. “I soccorsi sono arrivati quando la nostra barca stava affondando” diceva una delle ragazze al telefono. Gli imputati erano difesi dagli avvocati Barbara Romoli, Donatella Panzarola e Francesca Fioretti.