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Quando gli emigranti eravamo noi

Anton Carlo Ponti
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"Nuova York, 25 gennaio 1882" - A Nuova York ce ne saranno - si dice - più di trentamila. Nel recinto detto il “Castle-Garden” dove approdano gli emigranti e dove il governo della città provvede alla bell'e meglio perché non muoiano di fame durante i primi giorni del loro arrivo, predomina da qualche mese la lingua italiana. Gli è che qui hanno trovato molto profittevole raccogliere immondizie, sceverandone carta e stracci, tanto più che le altre nazionalità rifuggono tutte dall'esercitarlo. Dal Napoletano e dalla Sicilia specialmente vengono qui a grandi frotte chiamati dai loro parenti e amici. E non occorre nemmeno aggiungere che, appena arrivati, cascano in mano di camorra e mafia. Codeste due arpie del nostro disgraziato paese qui fioriscono ogni giorno di più, meglio che in Italia, perché qui si raccolgono i soggetti peggiori fra i caporioni che in Italia dovrebbero stare in prigione a scontar condanne. Non c'è l'estradizione? Ma è troppo laboriosa, lunga e costosa. Intanto sfruttano il programma centrale degli Stati Uniti: far denaro. I camorristi e i mafiosi formano qui una specie di corporazione, la corporazione dei "boss", e sono quelli a cui vengono raccomandati gli infelici da sfruttare, e appena qui li taglieggiano. Gli procurano un sacco e un uncino con cui fare quel tal lavoro infra l'immondizia, e vivono nel quartiere dei "Cinque Punti", con un tale squallore e in mezzo a tanto sudiciume accatastati l'un sull'altro, peggio che nei fondaci di Napoli. Sicché qui fra gli italiani la grande questione è di poter divenire "boss". E si lavora non solo nel commercio degli stracci, bensì anco nell'"articolo emigrazione", rubando i bagagli se ne hanno o facendo balenare lucciole per lanterne. Non hanno interesse a diffondereli sul suolo americano, per esempio nei lavori agricoli, li trattengono qui a crescere la poveraglia italiana e il disprezzo per noi. Li trattiene perché la camorra è composta di padroni di casa, pizzicagnoli, fornai, ecc. ecc. e tutti guadagnano tanto maggiormente quanto più cresce la colonia italiana, che tengono - "per fas et nefas" - nelle loro mani. Sciaguratamente quando anche i piccini e i più meschini riescono a divenire forti e grandi la loro strada è già tracciata, prendono grado e posto e diventano "boss" anch'essi, e il guadagno è maggiore e la fatica minore che entrando in qualcuna delle mille industrie dove chiunque abbia volontà e sia riuscito a conoscere la lingua del paese trova fin che vuole di che vivere onoratamente. Non mancano italiani che son divenuti banchieri o che hanno creato scuole dove mandare più di 700 ragazzi d'ambo i sessi, e la municipalità agevola le famiglie perché i genitori facciano frequentare le classi. In questa scuola, c'è stato il saggio o distribuzione di premi, cui fui invitato anch'io. Non c'è niente di più bello di una scuola americana per pulizia, ordine, lietezza che vi regna. Ma anche qui c'è la sua brava contraddizione, questo è il paese delle contraddizioni. Il presidente della scuola, che non è italiano - non bisogna pretendere etichetta dagli americani - si rivolse ai bambini con un discorso in cui non fece che dire peste e corna del Papa e del cattolicesimo, e la festa fu inaugurata col canto di un coro dell' "Ernani": Beviam, beviam, del vino beviam. Non vi pare grossa che in un paese dove il maggiore di tutti i vizi è l'ubbriachezza si faccia cantare ai bambini un inno al vino? Noi siamo qui cordialmente odiati da uno dei più diffusi giornali d'America, perché l'editore venne tradito da un tenore italiano, e vendica la memoria dell'oltraggio patito contro tutto un popolo. E a vendicarla gli danno facile giuoco i raccoglitori d'immondizie, i lustrascarpe, i suonatori d'organetti, e i delitti che avvengono così spesso. Vedeste che furore quando il delinquente è un italiano! Come se in America non ci fossero che italiani per far del male. Buon Dio! Non più tardi di una settimana fa sono stati impiccati, e in un solo giorno, otto assassini! E le gazzette di Nuova York davano - fra la minutaglia - anche quest'altra notizia: che nel bel centro della città era stato rubato un vagone ferroviario. Ho detto un vagone". È una sintesi dell'articolo "Ragù americano" di Dario Papa (Desenzano 1846-San Remo 1897), apparso sul "Corriere della Sera" del 16-17 febbraio 1882 (è nel libro "Il romanzo dell'Italia. Centoquarant'anni di Corriere della Sera", in questi giorni in edicola). Superfluo ogni commento.