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Povera Europa in frantumi

Jacopo Barbarito
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Uno spettro si aggira per l'Europa. È l'addio al sogno di Altiero Spinelli, dell'ebreo Eugenio Colorni, di Ernesto Rossi. “Manifesto di Ventotene”, addio. Il capitalismo crea i poveri, il populismo ne solletica e sollecita la pancia, il comunismo coltivava schiavi, la democrazia o quel che rimane spesso latita aggredita da tutti i lati da ladroni e dagl'invisibili “gnomi” della finanza che ogni giorno muovono con un clic o una telefonata miliardi di quattrini. Migliaia di persone muoiono di fame ogni giorno che Dio ci manda? E ché, è colpa nostra? Ma quando mai. L'economia di carta sostiene l'industria dell'acciaio e dell'informatica, altro che balle. A questa così evangelica umanità segue in coppia l'egoismo nazionale e nazionalistico, che si adagia comodamente sulle macerie degli altri popoli, siano esse da terremoto o da migrazioni di dannati della terra. Vedi la nostra Italia. E la nostra Umbria. 1997 e 2016. L'Europa sarà in grado di sanare almeno la basilica di San Benedetto suo patrono? Umbria. Ogni venti anni martoriata dalla terra che si scrolla di dosso un po' di cemento di cui è cosparsa, peccato che atterra anche la storia di borghi incantevoli e la bellezza dei monumenti edificati a gloria del potere civico o di Dio. Non ricordo se l'ho già scritto, ma in una visita recente a Genova sono inorridito per la follia cementizia che la ferisce alle spalle, colline piene di cubi e parallelepipedi in bilico e assiepati; è di giorni fa la furia dei torrenti in piena che ne scava le fondamenta. Non solo il sacco di Palermo, il sacco d'Italia. Il delirio edificatorio alla decima potenza, il consumo di territorio a cinquanta ettari pro die, con strade inutili e ponti e cavalcavia crollabili come tessere di lego o marzapane. Giovenale ha sempre preferito i sognatori ai ragionieri, o ai ragionatori. Ernesto Che anziché Fidel, abbarbicato al trono di sangue, mezzo Macbeth comunista degno compare di Pinochet o Videla all'estrema destra. Sì, l'Europa è a rischio estinzione, a furia di stabilità a tutti i costi, di bilanci a regola d'arte, di debito pubblico alle stelle, di disparità e di squilibri, di paesi deboli e economie forti, insomma un guazzabuglio costosissimo per spese per i parlamentari europei, portaborse, la burocrazia elefantiaca, milioni per fotocopie e traduttori, eccetera. Ma era questa l'Europa sognata dai padri durante il confino, in seguito accettata da Alcide De Gasperi e Robert Schuman, quindi resa concreta da Antonio Segni, Paul-Henri Spaak, Konrad Adenauer e altri statisti nel 1957 col Trattato di Roma? Non credo, anche per ciò la credibilità dell'Europa è sotto i tacchi, agitata dalla furia iconoclasta dei populismi che fomentano e raccolgono tutti i malcontenti aiutati dal pensiero-web dove circola più menzogna che verità, dove chiunque inocula veleni, e dove la moglie di Brunetta svetta sotto mentite spoglie facendo campagna martellante per il no. Giovenale, appena sopravvissuto al crack-Trump, non può immaginare, grazie alla visione ecumenica e caritatevole di Madame Marine Le Pen, una Francia fuor d'Europa. Lasciando briglie sciolte alla supremazia tedesca da un lato e dall'altro alla divorante fame d'egoismo di paesi alla destra non solo geografica del continente. L'Italia da mesi langue dietro la diatriba sì-no, defatigante, dove tutti si sentono maestri di diritto costituzionale un po' come tutti si sentono commissari tecnici della nazionale di calcio. Quel che Giovenale sa, o meglio avverte con le sue antenne appannate, è che l'immobilismo ottunde anche le menti più sveglie. Dire no senza alternative può esser fatale alla democrazia. Che è un deserto di sabbia o la forma ideale del capitalismo? Tirannide del popolo? Tutto sommato ha ragione il Winston Churchill 1947: “È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. “Così, mentre per l'Ocse il no italico è pericoloso, nocivo per l'Europa, per il Financial Times” il no è di prammatica perché il sistema bancario nostrano mostra la corda. Tackle scivolato a piedi uniti. Invasione di campo. Ma è tutto liquido, inafferrabile. Tranne il conforto di sapere che in classifica fra le città più vivibili d'Italia Perugia sale - non male - al 29° posto (e un pochinino anche Terni), e allora la richiesta di soldati a Fontivegge? Spacciatori urbi et orbi? E le buche? E i parchi sporchi? E la qualità dell'aria? E i furti nelle case? Boh! La realtà e la politica e la sociologia sono ben strane. Certo è che vivere a Perugia è meglio che vivere a Crotone, fanalino di coda. Tranne per il clima. Pitagora, da esule crotonese per scelta, inventore della matematica, si rivolta nella tomba. Qui da noi 2+2 non sempre fa 4.