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Il pianto di Cristiano

Anton Carlo Ponti
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Il calcio è una cosa meravigliosa, anche se sai che non è uno sport ma un rutilante circo equestre dove si sogna e si soffre e si gioisce. Specchio su cui si riflettono le diversità e vi si ricompongono. La finale di Euro 2016 l'ho vissuta col cuore in gola perché tifavo Portogallo e sulla lingua avevo l'amaro dei rigori azzurri sbagliati. Quando il cavallo di razza è stato azzoppato dopo sei minuti - se con colpa o dolo lo sanno solo la coscienza e i piedi volgari di Payet - ho visto solo le lacrime sulle guance di Cristiano Ronaldo detto CR7. E quando con un gesto drammatico s'è strappato la fascia di capitano come tanti spettatori ho profetizzato la sconfitta, ingiusta. Con arbitro inadeguato. Così, come capita sovranamente nel cuore dei lottatori, anche se prezzolati e viziati, la perdita s'è trasformata in guadagno, CR7 è diventato l'eroe tradito dalla sorte, l'Ettore di un duello con esito rovesciato, con Achille trafitto. Bisogna immaginare Sisifo felice, si augurava il Nobel Albert Camus, portiere mancato per tbc, il quale ha scritto: “Tutto quello che so sulla moralità e sui doveri degli uomini, lo devo al calcio”. Il calcio è divenuto mito e Cristiano Ronaldo è uno dei suoi profeti, un calciatore che ha vinto tutto, un leader e una guida spirituale per i suoi compagni, un gladiatore che non si vergogna di piangere davanti agli occhi di centinaia di milioni di spettatori televisivi (in Italia più di 10). La buona sorte ha premiato la compagine più debole, appetto a una corazzata dove l'integrazione è compiuta e la pelle può essere nera ma il cuore è blu e la gola canta allons enfants de la Patrie. Ma le jour de gloire è stato appannaggio dei lusitani. Così è la sorte, e guai se non lo fosse, se tutto fosse come vorrebbe il valore, la qualità, la giustizia. A volte è il caso a guidare i fatti della realtà, e una traversa può cambiare gli eventi. Voglio raccontarvi una minuscola pagina di storia (o di Storia?), letta di recente in un libro (“L'infinito tra parentesi” di Marco Malvaldi), curioso e intelligente, dove si discetta di scienza alta e di poesia eccelsa (Montale, Omero, Lucrezio). Allora: Napoleone, mentre ascoltava un ufficiale che gli chiedeva la sorte di 1.200 prigionieri turchi, venne colto da un colpo di tosse talmente disperato da strappargli un “ma sacrée toux!”, maledetta tosse. L'ufficiale, in mezzo al frastuono della battaglia, sentì un nitido “massacrez tous”, massacrateli tutti, e i soldati aprirono il fuoco. Ecco, il tiro disperato del calciatore portoghese Eder subentrato dopo un cambio, è, più che bravura e mira e piede, un segno del destino, il Portogallo doveva vincere, era scritto. Ho tifato Portogallo perché era la squadra sulla carta meno forte, perché un tempo ammiravo molto Eusebio, perché questo paese civilissimo è una goletta rispetto alla portaerei Francia: 67 milioni di francesi e nemmeno 11 di portoghesi, superficie 675.000 contro 92.000 km2. Ma perché giustificarsi, al cuore non si comanda, lo diceva anche il grande matematico napoletano alcolizzato e suicida Renato Cacciòppoli come della frase più bella mai coniata. Beh! il pianto accorato di Cristiano, ai bordi del campo a incitare i compagni e a spingere Joao Mario a rientrare benché rotto a dare aiuto menomato, tutto questo è stato una magia nella magia. E l'immagine più bella, dopo la farfalla sul naso di un giocatore e la farfalla accanto al pallone, è stata Nani che attacca la fascia di capitano sul braccio di Cristiano Ronaldo, da Nani pro tempore indossata. Questa è la retorica, questa è l'epica del calcio, del calcio giocato, è la fatale fragilità del rigore sbagliato da Lionel Messi e perché no di Simone Zaza. Se i rigori sono una cabala, una partita è una battaglia, che dovrebbe essere leale, se possibile senza rompere le ossa all'avversario. Chapeau! ai portoghesi, vittime sacrificali, perdenti di successo, che hanno trionfato espugnando una capitale dove gli immigrati portoghesi sono in genere muratori o inservienti. Ma è gente che ha - mi si passi la spocchia - il fado (fatum, destino) nel cuore della innata saudade (solitudo, solitudine). Quella mestizia, quella malinconica che una coppa di calcio d'Europa ha divorato in una notte di stelle, sous le ciel de Paris.