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In fiamme l'Europa di Erasmo

Anton Carlo Ponti
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La morte si sa è invidiosa. Odia la bellezza e la giovinezza. Se può non si tira indietro. Se c'è da mandare un colpo di sonno su un affaticato autista di bus, non ci pensa due volte. Con maggior gusto, leccandosi i baffi, se lì a porta di mano ha un sorridente carico di grazia e di gioventù. Ma sì, tanto il mondo è immondo, perché farli arrivare al successo o alla ribalta della solidarietà, magari la studentessa di medicina andrà a ingrossare le file dei medici senza frontiera sotto le tende in un deserto, quella di legge finirà a difendere nei tribunali, spesso maschilisti, donne e ragazze violentate da ceffi irridenti, che si trincerano dietro la provocazione di abiti succinti e di cosce al vento. Qui in Occidente. Di là perché osano guidare un'automobile o scoprono una ciocca di capelli sotto il chador. Allora è meglio mettere alle donne loro la museruola e schermargli gli occhi, che io immagino bellissimi e profondi, con una tela moschicida. Erasmus è una idea forte di liberazione, un'intuizione illuminata che dal 1887 brilla come un faro per guidare i giovani, ragazze e ragazzi, a imparare l'Europa, a saper stare insieme oltre la carnagione, la religione, il censo, la nazionalità. Come farsi scappare una preda così invitante e inerme? Ricolma di fiducia nella vita e nell'intelligenza? Gli antichi dicevano, con un cinismo religioso, che gli dèi hanno cari i giovani che ghermiscono. Il pensiero in verità è un verso del commediografo greco Menandro: On oi teoì filùsin, apotnèschei nèos, citato da Giacomo Leopardi. Quanto avrà dormito l'autista fatale del bus spagnolo, o catalano? Diciamo cinque secondi. Quasi un battito di ciglia, in questo caso sopra palpebre che si chiudono di botto sopraffatte dalla stanchezza. Un ritorno lieto, dopo una notte di spensieratezza a ammirare Las Fallas di Valencia, i roghi di festa paganeggiante per salutare la primavera, il risveglio della natura addormentata nel letargo invernale. Dal sonno alla morte molti auspicano, se temono il dolore fisico, la tortura del viaggio terminale quando la persona non è che un'immensa sofferenza. Vaso di strazio, tormento e supplizio. Perché? Per le sette incantevoli fanciulle - i giovani sono tutti belli e splendenti - nessun interrogativo. La fine è saltata addosso con beffarda improvvisazione, senza preavviso. Piangiamo le vittime italiane, ma pure le ragazze delle altre nazioni, accumunate dal comune amore per lo studio, cittadine di Europa. Nel nome, nel segno di un pensatore che rivendicava nel grigio doveroso della ragione un pizzico di sana follia, una linea colorata, un'asimmetria, uno scarto, come si conviene alla foga entusiasta di chi ha il sangue vigoroso. Ogni volta che muore all'eserto un connazionale, si fa il vuoto nella nostra sedentaria pigrizia, siano giornalisti come Ilaria Alpi o borsisti come Valeria Solesin o tecnici come Salvatore Failla e Fausto Piano. Se ne va, nella somma ingiustizia, un pezzo di patria. E il dolore è doppio se anziché al fato di un assopimento la morte è da addebitarsi alla follia omicida invocando Dio. Ultimo urlo ieri a Bruxelles. Tre milioni di europei hanno studiato, viaggiato, copulato, amato, pregato e sognato grazie al progetto sognato da Erasmo da Rotterdam quando girava il continente per capire la filosofia, la vita e il mondo. Un vecchio come me vi ha pianto, ha versato lacrime autentiche per voi, giovani fanciulle in fiore: Elena, Elisa, Lucrezia, Valentina, Francesca, Elisa, Serena; pensando anche a mia nipote ventenne che studia a Bologna. E Giovenale s'è arrabbiato, quando una coppia di genitori in tv si è dilungata a parlare fredda e compassata della morte della figlia, come se parlasse di un contrattempo; uccidendo il mio dolore sincero. No, non aveva per niente ragione Paul Nizan, che morì a trentacinque, quando scrisse in apertura al suo “Aden Arabia”: Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita. Lo è, Paul, eccome se lo è! Non paghi il terrorismo dilaga. Negli aeroporti e nel metrò. Basta seminare.