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Le lacrime di Obama

Anton Carlo Ponti
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Ho pianto alle lacrime di Obama. Ma vedi quel che ti combina la vecchiaia. Vabbè che dopodomani compio 80 anni, ma c'è un limite alla decenza. Versar lacrime, ma via, per il pianto sconsolato dell'uomo più potente del mondo. Il fatto è che non capita tutti i santi giorni che un grande capo si commuova nel profondo. Un gesto così ti scalda l'anima. Non tutto è perduto, allora, in questo pazzo pazzo mondo. Speriamo che anche Charlton Heston - indimenticabile Ben Hur e Ramon Vargas de "L'infernale Quinlan" di Orson Welles -, già presidente della National Rifle Association, dalla tomba si commuova. Retaggio delle lotte per l'indipendenza e del Far West, il diritto di detenere e portare armi è inviolabile, secondo il Secondo emendamento della Costituzione del 1791. Così chiunque maggiorenne, esibendo solo il documento d'identità e riempiendo un modulo, può comprare una pistola o un fucile a pompa. Lo sostiene la potentissima lobby della Rna, ossia il club dei fabbricanti d'armi, grandi elettori dei Repubblicani. Comprare una rivoltella e centinaia di proiettili è come ordinare una scatola di pennarelli. Michael Moore, l'obeso e mordace cineasta, nel suo "Bowling a Columbine" (2002), confezionato dopo la strage nell'omonima scuola di Denver in Colorado, dove due studenti armati spararono sui colleghi uccidendone 12 e finendo suicidi, mostra come gadget all'apertura di un conto in banca abbia ricevuto un bel fucile. Sradicare le armi da fuoco dal modus vivendi statunitense è come cancellare d'un tratto di penna le mafie o la corruzione in Italia. Ecco il perché delle lacrime di Obama. Che ha appena 54 anni e è all'ultimo capitolo della sua presidenza scandalosa da cristiano. Anche i giovani piangono. Quando i motivi delle lacrime sono al di là di un amore andato a male o di un'afflizione corporale. Nel suo "Cato maior de senectute" (Edizioni Paoline, 1964) Marco Tullio Cicerone (Arpino 107- Formia 43 d.C.) - ammazzato dai sicari di Antonio che, mozzategli le mani, fra queste aperte posero sui rostri la testa decollata - scrive, confutandole, che quattro sono le accuse che si sogliono rivolgere alla vecchiaia: allontana dai piaceri della mente e dalla vita attiva, ma l'unico rimedio può trovarsi solo nella pratica della virtù; non indebolisce il corpo, sono le sregolatezze giovanili ad aver fiaccato il corpo giunto alla vecchiezza; cancella i piaceri materiali, ma i piaceri dei sensi sono il più nefasto male dell'umanità; avvicina alla morte, ma è da compatire quell'uomo che non sa disprezzare la morte dal momento che essa distrugge solo il corpo e non l'anima che è immortale e quindi le sopravvive. Come sono consolanti, i filosofi, no? D'altronde se la vita è un lampo rispetto alla vastità mostruosa di tempo e spazio: temere sì la morte, ma non farcene l'ossessione, perché la possessione del denaro, che non si può portare con sé, il tormento della gelosia, che avvelena il cuore, l'ansia della prestazione, che ottunde o frastorna, l'incubo del successo, che genera invidia e odio, l'invasamento del potere, che rende gli altri schiavi, tutto questo guazzabuglio dà luogo all'infelicità. A chi giova? Cicerone scrive (p. 52): "Si racconta che Milone una volta si aggirasse per lo stadio della città di Olimpia portando sulle spalle un bue. Tu che preferiresti possedere: questa robustezza fisica o il potente ingegno di Pitagora?" E aggiunge (p. 53): "La vita ha un suo corso ben determinato e fissato dalla natura e quindi ha assegnato la debolezza ai fanciulli, la baldanza ai giovani, l'assennatezza all'età virile, la maturità ai vecchi. Ne prendo atto.