Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Lamberto o del destino

Anton Carlo Ponti
  • a
  • a
  • a

Il titolo non concerne un conte philosophique, un racconto immaginario, alla Voltaire (Candide, Zadig), critico della società e del potere del suo tempo; al contrario attiene a una vicenda reale e umana che ancora mi turba, e su cui il 3 maggio nel 2011 scrissi qui rileggendo uno dei mei migliori Giovenale. Una paginetta d'affettuosa propinquità. Il collega di cui qui tratto ancora una volta, su spunto suggerito da Aldo Grasso ("Sette", 39, 2015), è Lamberto Sposini, in via di riabilitazione dopo la fatale emorragia cerebrale o ictus che lo colpì pochi istanti prima, il 29 aprile, di andare in onda con “La vita in diretta”. Il destino è crudele. A volte. Un tempo si diceva che chi muore giovane è caro agli dei, ma può applicarsi l'ambiguo concetto anche a chi sopravvive? Lamberto era al culmine del successo mediatico. Bravo, disinvolto, simpatico ai più, di bell'aspetto. Lo aveva scalato dalla provincia profonda e dalla gavetta, stimato da Enzo Biagi, vincendo la vicedirezione di quella macchina giornalistica che è Enrico Mentana, diventando volto del tg delle 20, poi intrattenitore-presentatore d'indiscussa autorevolezza. Lamberto è nato a Foligno il 18 febbraio 1952, dunque è un umbro di razza, per metà d'origini di Bevagna, il che per me è materia d'orgoglio paesano. Lamberto cerca di reinserirsi nella normalità, vede colleghi, visita gli studi televisivi, è alla ricerca di equilibri e di speranze. Dall'articolo accorato di Aldo Grasso apprendo che in prima istanza il risarcimento del danno richiesto dai familiari di Lamberto è stato respinto dal Tribunale di Roma, eccependo che la Rai non è responsabile del soccorso tardivo e della mancanza di adeguati presidi medici. Naturalmente si andrà avanti in giudizio, e a me pare che ci siano ragioni valide per riconoscergli la malattia per causa di servizio, ma il punto sollevato da Grasso e da altri, è se è giusto resistere in giudizio e non andare a una transazione bonaria che riconosca umanamente la tragedia professionale e personale, mediante un indennizzo di natura economica che vada al di là di "una battaglia legale all'ultimo cavillo." Grasso si appella a Monica Maggioni, presidente della Rai e valorosa collega di giornalismo, che tra l'altro a Perugia, alla Scuola di giornalismo, iniziò una fulgida carriera. Io, ma credo così altri numerosi colleghi, mi auguro per una soluzione che attutisca i disagi di Lamberto. E spero che il nostro Ordine professionale si muova in tal senso. Noi tutti non facciamo che osannare le sortite del grandioso Pontefice figlio di emigranti, il primo papa naïf della storia, imprevedibile, inconsueto, anticonformista, audace. Povero fra i poveri, a disagio dentro gli orpelli millenari, e necessari, della magnificenza della Chiesa di Roma. Ma che facciamo in concreto? Francesco ha fatto della parola tenerezza una delle sue armi d'amore, sulla misericordia ha centrato un Giubileo, dell'improvvisazione ha un culto sia pure incauto, ma dire pane al pane è una virtù in un mondo di ipocrisia e di tortuosità morale. Io non so se Francesco ha letto Albert Camus, sicuramente sì Carlo Maria Martini, gesuita come lui, uno degli spiriti eccelsi del Novecento, come David Maria Turoldo, poeta e prete. Ma ritengo che pure un credente non possa fare a meno del pensiero del Nobel della letteratura. L'assurdo è intorno a noi, e Dio non può bastare a spiegare tutto lo scibile e tutto il reale. Occorre saper conciliare l'assurdità del vivere con la fede, o con la ragione, a seconda. Prendi il libro meraviglioso di Camus, "Il mito di Sisifo", dove afferma con sicurezza spavalda che Sisifo a suo modo gioisce, e che tutta la sua silenziosa gioia sta in questo, che il destino gli appartiene, così come gli appartiene il macigno che è condannato, per aver sfidato gli dei, a spingere in alto e che implacabilmente rotolerà indietro, per l'eternità, appena giunto in cima. Gli appartiene, è cosa sua. Parimente l'uomo assurdo quando contempla il proprio tormento fa tacere tutti gli dei. La malattia è il macigno, ma, aggiunge Albert Camus (pp. 122,123), la felicità e l'assurdo sono figli della stessa terra e sono inseparabili. E anche la lotta per conquistare la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare un Sisifo felice, così si chiude il gran librio. Non so se l'appello in pro di Lamberto si concili con il pensiero, ottimista nell'angoscia, dello scrittore francese. Sono certo però che la frase di papa Francesco si attagli a chi di dovere: "Chi non vive per servire non serve per vivere".