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Grazia per l'ergastolano

Anton Carlo Ponti
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Ricordate the Birdman, Burt Lancaster, l'uomo di Alcatraz, l'ergastolano che diventò un grande ornitologo? Il bel film è il simbolo di come al mondo esista il riscatto. La redenzione. La conversione. Chi ha fallato, per dirla con Manzoni, non è detto che non possa salvarsi, l'anima, o l'umanità dell'essere. Altro esempio emblematico di come la giustizia troppo giusta sia un guasto a volte più dannoso del delitto, di come la pena dilaceri a volte la carne dello spirito oltre i limiti, è Jean Valjean, l'eroe di Victor Hugo, protagonista de "I miserabili", gran romanzo sociale dello scrittore più grande (André Gide aggiungeva un 'ahimè') di Francia. La colpa uno deve sentirla come un peso, più che la pena; se essa è troppa il carcerato la sente come un'ingiusta condanna, non come prova dell'espiazione. Oggi in Lazio 120 carcerati studiano all'università. E uno di questi, Dario Troni, anni 43, di cui 25 passati dietro le sbarre, ergastolano con due omicidi sulla fedina e sulla coscienza, ha preso nei giorni scorsi la terza laurea. E presumo, anzi son certo, non si fermerà. Perché invece di abbandonarsi alla disperazione della cella, come hanno detto gli educatori, ha avuto la forza di reagire come un cittadino non marchiato a vita come delinquente. Beh, non posso neppure pensare alla condizione del recluso, alla monotonia dei giorni e delle notti, senza opere perché il lavoro nelle carceri è misura appena agli inizi, quindi vi regnano l'ozio e l'inerzia, l'accidia e la noia. Se esiste una rappresentazione plastica dell'inferno essa è il carcere, è l'ospedale psichiatrico giudiziario, ogni istituzione totale dove la libertà individuale è diretta e consentita entro binari, i regolamenti, prestabiliti e rigidi, dove l'umanità e la pietà non possono aver diritto di presenza. Ebbene, io se fossi il Presidente della Repubblica a Dario Troni concederei la grazia, anche se ho forti dubbi, perché in realtà l'atto di clemenza (art. 87 della Costituzione) ha in sé un che di ambiguo e di ingiusto; se la legge è uguale per tutti come sta inciso nelle aule dei tribunali, anche la pena deve essere uguale per tutti. Il che è vero ahimè solo in parte, se, per fare un esempio, un organizzatore di premi e di prebende e di patacche e di esibizionismo infarinato di cultura - intendo il professor Giuliano Soria del Premio Grinzane Cavour - ha da scontare 14 anni e passa per vari reati, quanto, fa notare lo scrittore Sebastiano Vassalli, un omicida che patteggia la pena. Allora, Dario Troni. Non mi interessa se è pentito di avere ucciso, di essere stato un giovanissimo killer della mafia - il suo conterraneo siciliano Giuseppe Gulotta ha passato in galera 22 anni da innocente ("Alkamar", presentato all' "Isola del Libro") -, il miracolo che ne fa oggi un uomo, e nuovo e rinnovato, è di aver sconfitto il tempo, e la morte che "sta anniscosta in ne l'orloggi" come scrive il Belli. Ma qualcuno (Andrea Bajani: prefazione a "L'istituto per la regolazione degli orologi" del turco Ahmet Hamdi Tanpinar) ha scritto che la morte se ne frega degli orologi. Il Tempo dentro gli orologi non muore, sta soltanto lí a far finta di esser maneggiato. E il Tempo dentro gli orologi è come una tigre dentro la gabbia. Fa paura il Tempo lasciato a piede libero. Sí, sarà, ma vallo a dire a Dario Troni, sentenza fine pena mai, rinchiuso in cella a guardare il tempo, non quello filosofico e metafisico, quello normale che non passa mai, e quel che spaventa è che sempre è uguale, come il respiro e il silenzio del mare. Il Tempo che ti sta accanto non come un nemico, in agguato nella sua insensatezza, non può esser che quello dell'arte, o dello studio. O del lavoro. Manuale o mentale. L'ergastolano dalla laurea facile (economia e commercio, scienze politiche, scienza della comunicazione, con tesi tutte su problemi della detenzione e del recupero dei reclusi) va premiato, come esempio vivente del riscatto possibile, della redenzione, della salvazione. Non commettendo alcuna ingiustizia, non rammaricandoci che pur altri ne sarebbero meritevoli. Il perdono ha d'avere una consistenza etica, non può esser barattato se non in presenza di figurazioni nobili, applicazioni morali di umanità e, possibilmente, di redenzione autentica. Verrebbe da dire (epigrafe ne "I fatti") con l'incommensurabile romanziere Philip Roth: "Guarda in che razza di storie la gente trasforma la vita, in che razza di vite trasforma le storie".