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E' il momento di regole nuove

Jacopo Barbarito
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"Dopo Trump e Brexit, la prossima sorpresa potrebbe arrivare dall'Olanda: si voterà a marzo e c'è chi vorrebbe l'uscita dall'Europa. E poi ci sarà da attendere i risultati delle elezioni in Francia e Germania sempre nel 2017”. Luigi Paganetto, docente di economia europea a Tor Vergata, mentre prepara un documento da sottoporre all'attenzione del G7 che a maggio si terrà in Italia, Paese presidente di turno, interpreta così gli umori degli elettorati che - sulle due sponde dell'Atlantico - continuano a spiazzare le previsioni degli analisti e sembrano concordare con quel “nazionalismo economico” teorizzato da Steve Bannon, stratega vittorioso della campagna pro Trump: “Nelle urne americane come in quelle inglesi si è espressa una forte reazione alla disuguaglianza dei redditi, alle preoccupazioni suscitate dall'emigrazione: negli ultimi anni la classe media si è vista scivolare nelle stesse difficoltà in cui si trovavano già i meno abbienti, quelli rimasti indietro. È la protesta contro gli effetti della globalizzazione, la cosiddetta polarizzazione degli skill: retribuzioni soddisfacenti e in crescita per chi ha qualifiche più elevate nell'informatica, nelle tecnologie, nei settori che maggiormente innovano, contrapposte ai salari rimasti fermi e quindi ormai complessivamente bassi nelle attività più tradizionali, dove pure in molti hanno perso il lavoro. Nascono da qui il 'leave' della Gran Bretagna e il cambiamento di umore dell'elettorato americano che, più che votare per Trump, ha scelto di non votare per Clinton, alla ricerca del 'nuovo' per sfuggire alla crisi. I servizi prestati alla collettività hanno costi troppo alti perché spesso nascondono posizioni di rendita; l'opinione pubblica non accetta che le retribuzioni troppo alte permettano all'1% della popolazione di possedere il 10% della ricchezza nazionale”. Sarebbero necessarie, dunque, regole nuove che consentano di evitare tutto questo: “L'Europa che sceglie giustamente di privilegiare la concorrenza nei servizi, non sa darsi una politica sociale unitaria, che sostanzialmente lascia all'iniziativa dei singoli Paesi. L'economia sociale di mercato fin qui adottata si è rivelata largamente insufficiente”. Dunque la politica dovrebbe svolgere un gran lavoro per interpretare tutte le domande latenti dei cittadini: ci riuscirà? Paganetto pensa che lo stesso populismo, il temuto e vituperato orizzonte messo all'indice da tutte le parti, non sia altro che “la risposta inadeguata ai disagi sociali mal gestiti dai governi, compresa l'incapacità di organizzare in maniera lineare e efficiente una politica sull'immigrazione”. Il G7 di maggio potrebbe essere un'occasione per sancire il necessario mutamento di indirizzo: “tante altre volte il vertice dei grandi ha lasciato il tempo che trova, bisogna ammetterlo. Adesso però la situazione internazionale è talmente confusa da lasciare spazi inediti e concreti a chi come l'Italia volesse proporre soluzioni concrete. Se l'Europa non batterà un colpo, se non saprà sviluppare iniziative a favore delle famiglie dei disoccupati e dei salariati di basso livello, si troverebbe davvero in difficoltà: le elezioni del 2017 in Olanda, Francia e Germania non potrebbero non confermarlo”. E l'Italia che è alla vigilia del referendum costituzionale ? “Si trascina i suoi problemi da molto tempo: la produttività non cresce da 20 anni, il debito pubblico è aumentato, non siamo stati in grado di fronteggiare la disoccupazione giovanile. Le risposte dei governi che negli anni si sono succedute non sono state adeguate. Difficile però prevedere se tutto questo possa avere riflessi nel voto del 4 dicembre: credo che nessuno lo possa pronosticare, rischiano di essere troppe le componenti che in un clima esasperato confluiscono in un referendum che invece dovrebbe essere solo sulla riforma costituzionale e non sulle scelte dei governi”.