michele cucuzza bianco e nero

Mamma, chi erano i giornalisti?

18.11.2016 - 11:18

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Il giornalismo è morto? Il dibattito è più che mai aperto dopo che i media americani (e di tutto il mondo) non sono riusciti a pronosticare che alla Casa Bianca sarebbe arrivato l’outsider Trump piuttosto che la preferita Clinton perché i mezzi di informazione - ci si chiede - non sono più in grado di intercettare gli umori e le intenzioni degli elettori veri senza decidere a priori chi è più opportuno che vinca? Perché scambiano i propri desideri per notizie?
La discussione è accesa ma arranca perché si continua con ottusa protervia a cercare responsabili estranei invece di fare una sincera autocritica finendola una volta per tutte di considerarsi certi di saperne di più dei propri lettori.
Nelle ultime ore è sotto tiro, tanto per cambiare, la rete, chiamata in causa perché ha ospitato le più clamorose invenzioni malevole contro Hillary e pro Trump senza prenderne le distanze. Da non credere.
Che cosa avrebbero dovuto fare i social media? Censurare i post farlocchi?
Sarebbe come voler svuotare il mare con un secchiello. E perché nessuno ha protestato prima, quando il web aveva riesumato i video sessisti, i più imbarazzanti per Trump, vecchi di anni e che non hanno affatto ottenuto l’effetto desiderato di allontanare dal tycoon l’elettorato femminile popolare e non d’élite? Perché quei post dissotterrati ad hoc andavano bene e gli altri no?
Attenti perché rischiamo di voler imporre la mordacchia alla più grande conquista del diritto d’opinione di sempre, al discutibile scopo di cercarne al suo interno bestialità e sciocchezze (che inevitabilmente ci sono e ci saranno sempre) pur di non ammettere le clamorose inadeguatezze di una categoria incapace di stare al passo con i tempi.
Un esempio concreto: il singolare sistema di sondaggi creato in campagna elettorale da Arie Kapteyn, docente di economia a Los Angeles. Migliaia di lettere spedite in tutte le contee degli Stati Uniti con dentro un questionario e cinque dollari. Chi rispondeva alle domande ne riceveva in cambio altri 15.
Con la vecchia posta (altro che email o post telematici) e un consistente incentivo economico comunque non illegale si è creato un campione di 3-4mila persone fedeli e indotte alla sincerità che ha seguito per tutto il 2016 nell’evoluzione dei suoi umori, senza mai fare domande dirette tipo “per chi voti” ma chiedendo periodicamente che probabilità c’erano che vincesse l’uno o l’altro candidato e che chi aveva votato Clinton avesse cambiato opinione. “Dopo mesi di sondaggi” racconta soddisfatto Kapteyn “una cosa ci era chiara: l’elettorato era cambiato rispetto a quello di quattro anni fa e non mi riferisco solo ai giovani”. Bene, poiché i sondaggi periodici del professore solitario e di manica larga erano pubblici, come hanno reagito i giornalisti clintoniani indispettiti invece di incuriosirsi e documentarsi meglio? Rasentando l’intimidazione: “vere e proprie minacce no” si sfoga il professore “ma telefonate, email di derisione, articoli su blog di ogni tipo e anche su qualche giornale serio che mi dicevano di smettere, che stavo sbagliando tutto”. Ci vorrebbe un bagno di umiltà per tutti gli operatori dell’informazione, anche in Italia, e corsi di valorizzazione dell’empatia e di disincentivazione della tendenza a “fare squadra” dalla parte di questo o quel politico in voga. Perché altrimenti sapete che cosa rischia di capitare? Che “nostra signora tv” ancora decisiva nel condizionare l’opinione pubblica, ancora e sempre gestita da chi è solito frequentare “editori di riferimento” perderà sempre più adepti, progressivamente sostituita da chi si fa le dirette da sé su Facebook, Twitter e così via, saltando la mediazione giornalistica. In una progressiva inarrestabile perdita di fiducia, stima e seguito (già ampiamente cominciata) che potrebbe paradossalmente condurre al giorno, chissà quanto lontano, in cui un bambino chiederà stupito: “mamma mi racconti chi erano i giornalisti?”.

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