michele cucuzza bianco e nero

La paura di soccorrere il prossimo

03.06.2016 - 12:05

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C'è qualcosa di tragicamente quotidiano nel mancato soccorso alla povera Sara, ignorata mentre chiedeva aiuto correndo nella notte alla periferia di Roma, inseguita dal suo ex fidanzato stalker che le aveva appena incendiato la macchina. Qualche minuto dopo sarebbe finita strangolata e bruciata viva. Paura di finire nei guai, certo. Indifferenza, chissà. Mancata valutazione della situazione, di sicuro. “Ci vuole coraggio per vedere qualcuno in difficoltà per strada ma una telefonata al 113 non costa nulla” ha commentato sconsolata la magistrata che coordina le indagini. “Nessuno avrebbe potuto prevedere quello che sarebbe successo” si è giustificato sui giornali uno dei giovani passati in motorino in via della Magliana poco prima del femminicidio senza intervenire. Aggiungendo poi: “Ho sbagliato, dovevo aiutarla, non ci dormo più”. Chissà quanti di noi si sarebbero comportati allo stesso modo: anche uno dei candidati a sindaco di Roma ha ammesso di non essere certo che si sarebbe fermato. Onesto. Resta lo sconcerto per l'accaduto: “Magari è una scenata di gelosia, ne ho viste di risse, una volta sono stato pure inseguito da uno con un coltello” ha spiegato il testimone, convocato dalla polizia in questura. Perché questi dubbi, perché pure una telefonata al pronto intervento è diventata un'impresa complicata? Personalmente penso che tante, troppe volte, non riusciamo più a interpretare non tanto i dati quanto il senso complessivo di ciò che ci passa davanti agli occhi, a indignarci, preoccuparci, a essere reattivi, distinguendo ciò che è significativo dall'irrilevante: come abbiamo dimenticato che, quando siamo alla guida e decidiamo di svoltare, dobbiamo tenere costantemente sotto controllo gli specchietti e azionare le frecce per evitare di mettere nei guai noi stessi e l'automobilista che ci segue, attivando in questo modo il nostro decisivo senso di responsabilità, così - fatte le dovute proporzioni- non ci rendiamo più conto che “una scenata” per strada, di notte, con una donna che urla e “muove le braccia” in mezzo alla strada (per chiedere aiuto) potrebbe non essere un fatto qualunque. Tocca a noi intervenire per chiarire e, se è il caso, modificare la realtà, anche solo con una telefonata di allarme. Occorrerebbe insomma uscire dalla dimensione dello spettatore che assiste, per tornare a essere soggetti attivi che interagiscono con gli altri. Sentirsi parte della comunità, ha detto qualcuno. Il problema è che tutto questo non ci viene in mente perché fatichiamo sempre di più a riconoscere dentro di noi il significato di parole, gesti, situazioni. In perenne andirivieni tra realtà e reality, quando guardare, fare il tifo o improvvisare un ruolo non basta, non sappiamo che fare. Quante volte, noi genitori, non abbiamo idea di cosa realmente i nostri figli ci comunicano, consapevoli di come comportarci di conseguenza? Siamo sicuri di sapere distinguere con certezza nell'altro sincerità e finzione, aspirazione a condividere o a imporsi? Sappiamo riconoscere e indagare l'origine della rabbia, della paura che costellano i nostri giorni difficili, quando le sentiamo affiorare nel nostro animo?
Disabituati a decifrare le nostre emozioni più autentiche, sempre meno capaci di decifrarle senza confonderne il significato, rischiamo alla fine di abituarci a vivere come anestetizzati. Al punto - non è insensato immaginarlo - da non saper identificare la disperata invocazione d'aiuto di una donna in pericolo di vita. Come al solito, commentando la parabola del fariseo e del pubblicano, Papa Francesco è riuscito a descrivere con precisione i tratti di questo nostro quotidiano: “Siamo tutti presi dalla frenesia del ritmo quotidiano, spesso in balia di sensazioni, frastornati, confusi. È necessario imparare a ritrovare il cammino verso il nostro cuore, recuperare il valore dell'intimità e del silenzio...soltanto a partire da lì possiamo a nostra volta incontrare gli altri e parlare con loro”.

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