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Bagheria, la rivolta contro Cosa nostra

Michele Cucuzza
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E' stata la Sicilia che passava come storicamente la più timorosa e rassegnata ai predatori di Cosa nostra ad aver assestato il colpo più duro alla mafia, a Bagheria. Nella terra dove Bernardo Provenzano aveva trascorso anni di latitanza dorata, 36 commercianti che pagavano il pizzo come una tassa su cui non discutere a quella mafia che così controlla il territorio e si fa Stato, hanno detto basta e hanno fatto arrestare o incriminare esponenti di cosche già in carcere: 21 in tutto. E si è subito parlato di svolta. Non solo perché rimedia al filotto di figuracce e scandali veri e propri di una certa ‘antimafia' siciliana (compresa la sospensione del giudice del tribunale di Palermo che gestiva i beni sequestrati alle cosche, indagato per corruzione) ma soprattutto perché nella città della magnifica villa dei ‘mostri', patria di Guttuso e Dacia Maraini, negli ambienti splendidamente raccontati nel film di Tornatore - non muoveva foglia che i padrini non depredassero: un imprenditore, morto mesi fa, subiva le vessazioni di Cosa nostra dagli anni '90; costretto quando ancora c'era la lira a pagare tre milioni al mese, oltre a cedere ai mafiosi gli introiti degli appalti, ha finito per vendere l'attività e pure l'abitazione. Preceduta un anno fa da una retata di 31 soldati delle cosche, l'operazione dei giorni scorsi è stata condotta dal colonnello dei carabinieri Salvatore Altavilla: ‘in una terra votata all'omertà da sempre, fino a qualche anno fa, qui nessuno si sarebbe mai sognato non solo di rivolgersi a noi ma nemmeno di ammettere l'evidenza'. Come si spiega, dunque, ‘la rivoluzione di Bagheria', salutata anche dal premier Renzi? Anzitutto perché l'impegno continuo di magistrati e forze di polizia dà i suoi frutti. Conta anche la crisi economica: un imprenditore non si può più permettere di inserire tra la voci di spesa quelle del racket. Ma soprattutto perché c'è un clima nuovo, ‘una crescita morale' come dice il colonnello Altavilla: “la gente ha capito che oggi l'alternativa c'è, che l'estorsore può essere messo da parte senza rischi in favore della legalità”. Indispensabile, a questo punto, ricordare Libero Grassi, l'imprenditore ucciso da Cosa nostra nel '91 perché lasciato solo nelle sue denunce pubbliche contro il pizzo. E qui fanno ingresso le associazioni antimafia serie come Addiopizzo e Libero futuro che stanno contribuendo anche loro, in maniera determinante, a cambiare le cose: “l'ondata di arresti - ricostruisce Daniele Marannano di Addiopizzo - è arrivata dopo che siamo stati contattati da commercianti e imprenditori di Bagheria che - aggrediti dagli estortori - ci hanno chiesto aiuto”. Volontari, avvocati, psicologi dell'associazione si sono fatti avanti, aiutando le vittime del racket a confidarsi, ricostruire e avere fiducia mentre maturavano la scelta di andare avanti. Fino a quando alcuni di loro non sono andati spontaneamente a denunciare. Le intercettazioni e un pentito hanno fatto il resto, permettendo di trasformare il coraggio di chi è stanco di subire in un colpo senza precedenti per Cosa nostra. “Facciamo passare il messaggio di legalità”, continua Marannano “nelle scuole, nelle parrocchie, nelle strade. Nei siti proponiamo il ‘consumo critico', suggerendo di fare acquisti in negozi, panifici, ditte che hanno pubblicamente chiuso con il pizzo. Se anche i consumatori fanno la loro parte, è più facile incoraggiare le scelte di ribellione. Dalle nostre parti ce l'abbiamo fatta: ma non basta per cantar vittoria”, conclude senza trionfalismi, “nel palermitano ci sono ancora molte sacche di operatori economici che subiscono le estorsioni. E nel trapanese, il territorio del latitante numero uno, Matteo Messina Denaro, la mafia più che sottomettere imprenditori e commercianti, tende a fare impresa con loro e per questo gode ancora di un consenso molto forte”.