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Se la tua vita esplode con la mina

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Michele Cucuzza
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“Sarò anche diventato più forte, ma è uno schifo lo stesso. Il mio futuro? Non faccio più programmi: un pomeriggio stavo curando un campo e mi sono svegliato tre giorni dopo in ospedale”. E' l'unico sfogo di Nicolas, studente all'istituto agrario di Novalesa, poco più di 500 abitanti sotto il Moncenisio, in Val di Susa: la voce e il fisico da montanaro, più sviluppati dei suoi 17 anni, ha il viso segnato da decine di piccole cicatrici. 13 mesi fa ha perso la vista e la mano destra raccogliendo uno dei 60 mila ordigni inesplosi che si ritrovano ogni anno, sparsi dappertutto nel nostro paese, dalla fine della seconda guerra mondiale. Una scia di dolore che non sembra possibile e che nessuno riesce ad arrestare. “Con me c'era Stefano, che ha un anno più di me, e Lorenzo, mio compagno di classe”, racconta con voce di nuovo ferma Nicolas. “Stavamo preparando il terreno per piantare le patate nel campo della nonna di Lorenzo. Vicino al muretto, lui ha trovato questo coso, sembrava un lumino da camposanto, rosso con una parte argentata. Ho detto a Lorenzo: sarà di tua nonna, è sempre in chiesa. Lui l'ha preso, l'ha pasticciato un po', poi l'ha dato a me. L'ho maneggiato anch'io, ho sentito un clic e tutto è diventato nero.”. A prestare soccorso ai ragazzi è la Guardia forestale. Sono in stato di shock, Nicolas sente la mano destra maciullata, gli infermieri li sedano, un elicottero li trasporta al CTO di Torino, ma per la vista di Lorenzo e Nicolas non c'è nulla da fare: lui perde pure la mano destra. Stefano, malgrado una scheggia, salva gli occhi e se la cava con il tendine di un pollice spezzato. Come sempre, di fronte all'assenza e alla latitanza pubblica, sono la solidarietà privata e l'amicizia che permettono anche a Nicolas di fronteggiare l'ingiusta e incredibile emergenza in cui è precipitato. A scuola, gli altri ragazzi sono vicini a lui e all'inseparabile Lorenzo: con loro, tutte le mattine, ha ricominciato a percorrere in pullman e in treno i 60 km per andare a scuola, a Pianezza, vicino a Torino. Una tutrice e un insegnante specializzato preparano al computer i testi da adattare ai programmi di sintesi vocale che stanno sostituendo il vecchio Braille. A casa, con i genitori, gente solida abituata a lavorare senza sosta, ci sono la sorella più piccola di Nicolas, i nonni e l'affetto della ragazza con cui stava insieme prima della tragedia. E poi, lo zio 35enne, Andrea, vigile del fuoco: un rapporto speciale, l'ascolto indispensabile. Malgrado lo stress delle visite mediche continue, Nicolas, allenato da Andrea, quest'anno ha vinto i campionati di corsa campestre per non vedenti. Un'Italia straordinaria contrapposta a quella distratta e insensibile che immancabilmente anche stavolta viene fuori. “La cosa più semplice da fare”, incalza il padre di Nicolas, Stefano Marzolino, 44 anni, falegname, “sarebbe di andare nelle scuole. Sono sicuro che se all'ingresso dell'istituto di mio figlio ci fosse stato un cartellone con le immagini degli ordigni che ancora oggi si possono trovare, Nicolas non sarebbe ridotto in questo stato”. E ancora: “Le immagini degli ordigni vanno mostrate anche in tv e su internet: che mi risulti, non c'è niente”. Per la verità, un lavoro eccezionale lo svolgono i reparti militari specializzati che continuano a cercare e eliminare le bombe, le granate e gli altri ordigni lasciati inesplosi dai nazisti in fuga, 70 anni fa. Un'opera di bonifica preziosissima che tuttavia non ferma il rosario dei ferimenti e delle mutilazioni: 11 soltanto l'anno scorso, già 4 nel 2014. “Non è possibile che altri giovani, come Nicolas e Lorenzo, abbiano ancora oggi il mio identico destino”, lamenta l'avvocato Giuseppe Castronovo, presidente dell'Associazione vittime civili di guerra, rimasto semicieco a 9 anni, nel ‘44, raccogliendo nelle campagne siciliane quella che gli era sembrata una penna, “i ragazzi a scuola vanno messi seriamente sull'avviso: solo così la guerra sarà finita per sempre”. [email protected]