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Una pesante lezione dall'ambiente

Michele Cucuzza
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Le immagini della Sardegna flagellata, il dolore del vescovo: “C'è la mano dell'uomo”, i sindaci che protestano: “Impossibile evacuare tutte le volte”. Difficile mantenere la calma e rimettere in ordine le idee. Le calamità naturali, cambiato il clima, continueranno a essere estremamente violente: i ritardi nell'organizzazione della prevenzione non possono più essere considerati come manifestazione del nostro essere “diversi”, capaci in fondodi far fronte alle emergenze anche all'ultimo minuto, pure senza avere precedentemente organizzato granché. Inutile parlar d'altro: non è l'orario di emissione di un bollettino d'allerta che cambia le cose. In una situazione come questa, sarà certamente utile, se non decisiva in certi casi, la comunicazione veloce, immediata (via social network, persino sms) che internet rende possibile pure dove un piano di emergenza non è mai stato elaborato. Speriamo ci insegni qualcosa, oltre a farci rimpiangere i morti, la lezione della tragedia dell'alluvione in Sardegna, subito chiamata “tsunami” dagli isolani, per assonanza mediatica con fenomeni naturali lontani ma dai quali, come a casa nostra, non si riesce a difendersi. A causa dell'incontrastato uso dei combustibili fossili, i gas serra rendono i mari più caldi: il loro calore si trasforma in umidità che sale e aggiunge energia a quella già presente in atmosfera. Quando l'aria gelida del Nord s'infrange con quella a temperatura più elevata, proveniente dell' Africa, ci spiegano gli esperti, si forma un muro di pioggia, ulteriormente alimentato appunto dal mare. Sulla Sardegna sono precipitati 450 millimetri di pioggia in poche ore: in due giorni è venuto giù quello che di solito precipita a terra in sei mesi. 4.500 tonnellate su un solo ettaro di terreno. La nostra protezione civile lancia tutti i giorni, nel primo pomeriggio, il suo bollettino di vigilanza, che riguarda le previsioni e i rischi dell'intero paese. Lo ha fatto anche domenica scorsa alle 15, è accertato. Peccato che, malgrado l'80% dei nostri comuni siano notoriamente a elevato rischio idrogeologico, sei regioni, Friuli-Venezia Giulia, Puglia, Abruzzo, Basilicata, Sicilia e Sardegna appunto, non hanno ancora messo in piedi un centro regionale di protezione civile che si coordini con Roma. A questo punto, a restare in prima linea, in ordine sparso, sono gli enti locali, che - attraverso prefetture e province - ricevono i messaggi e gli allarmi da Roma. Secondo Legambiente solo la metà di loro, in tutta Italia, ha aggiornato i “piani di emergenza'” obbligatori che prevedono le indispensabili evacuazioni in caso di allerta e meno di un terzo ha previsto le esercitazioni necessarie a organizzare gli spostamenti dei cittadini. Ma i sindaci protestano: “Non possiamo chiudere continuamente le scuole, chiedere alla gente di non andare a lavorare”. Intanto, ovviamente, dobbiamo convincerci tutti, al più presto, che è vitale e indispensabile diminuire l'uso del petrolio e degli altri idrocarburi, di carbone e gas: le Nazioni Unite stanno cercando di agire in questa direzione, mai tempi sono lunghi. Da subito, sperando che l'ultima alluvione ci spinga a completare al più presto la nostra struttura regionale e locale di protezione civile, dobbiamo almeno - ci suggeriscono gli esperti - comunicare meglio e più diffusamente le norme indispensabili da tener presenti, in caso di allerta meteo: non cercare rifugio nei sottopassi e neo seminterrati, facilmente allagabili dall'acqua, allontanandoci - anche solo per alcune ore - da colline dove gli smottamenti sono possibili o già avvenuti , da zone a forte pendenza e da torrenti adiacenti alle abitazioni, puntualmente portatori di disastri, come si è visto purtroppo. I guasti all'ambiente, provocati nei decenni da comportamenti sconsiderati, ci obbligano ormai all'accortezza e alla consapevolezza anche individuali. Un'autodifesa indispensabile per non limitarci a rimpiangere o recriminare.