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Il fair play: le regole non scritte del mondo dello sport

Mauro Barzagna
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Proviamo a partire da un'affermazione forte: la pratica sportiva non è una virtù, in senso assoluto. È strano da dire, soprattutto se si crede, come me, che lo sport permetta invece di esaltare i comportamenti buoni e giusti. Tuttavia non è lo sport in sé, né l'azione singola di praticarlo, che rende virtuoso un uomo. Lo sport è per cosi dire il mezzo attraverso il quale i ragazzi imparano cosa sia la buona morale e gli adulti consolidano quelli che dovrebbero essere atteggiamenti usuali. E' così fin da quando i giovani di qualsiasi sport mettono i piedi in campo per la prima volta, viene a loro dapprima spiegate le cosi dette regole non scritte, ovvero sia quelle legate alla morale, e solo in seguito quelle dello sport giocato. In questo modo il campetto da pallone si trasforma in aula di vita e il mister di turno, per metamorfosi, prende le sembianze di un maestro di vita. Ma cosa c'è nel ventunesimo secolo di più difficile che l'attenersi in maniera sincera e costante alle regole di convivenza sociale umana? Nell'epoca della tecnica e del tecnico, della burocrazia e del sovrannumero di leggi, il problema è più serio e importante di quanto si pensa. Se per esempio la legge di uno Stato ammonisce severamente l'atto di uccidere, nessuna legge specifica indica l'obbligo di aiutare un anziano che ha problemi a camminare quando si trova per strada se non lo si conosce. Tuttavia un sentimento più forte che aleggia nel nostro cuore ci indica che la cosa più giusta da fare è aiutare la persona in difficoltà. Questo istinto primordiale di difesa e di aiuto reciproco è annoverabile nella categoria delle azioni che facciamo per “buon senso”.  Tale capacità nella nostra epoca è sempre più osteggiata dal forte senso di competizione che ci assale. E, paradosso dei paradossi, l'ultima macchia verde nella quale ancora si insegna a non essere competitivi (nel senso sociale del termine), bensì a mettere davanti a tutto il rispetto per il prossimo, è proprio il luogo dove il concetto di competizione è esaltato a fine assoluto: lo sport. E come si tramanda ai discepoli del campo questo rispetto umano? Si può, parlando ad esempio di un concetto tanto contingente quanto essenziale nella pratica sportiva: il fair play. Letteralmente con esso si intende, riprendendolo dall'inglese, “gioco leale”. Con esso non intendiamo solo il piccolo gesto che fa la squadra di calcio che butta fuori campo la palla se un avversario si è infortunato. Fair play significa saper essere nobili nel campo da gioco, evitando entrate rischiose o anche solo essendo onesti. Il fair play diventa spesso un vero e proprio stile di vita, un modus vivendi con il quale convivere. Fair play vuol dire anche essere capaci di ammettere una sconfitta e imparare da essa. Fair play vuol dire quindi essere una persona buona e giusta. In conclusione quindi il fair play è una vera virtù, in quanto strettamente legata all'attività sportiva. Solo attraverso lo sport può essere appresa del tutto. Lo sport è un eremo della vita nel quale imparare a vivere seguendo gli atteggiamenti più alti, nobili e profondi dell'anima umana.