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I soprannomi nel mondo dello sport

Mauro Barzagna
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Ci sono vari studi che dimostrano come da ragazzi scherzare sull'aspetto estetico o i modi di fare di un proprio coetaneo sia caratteristica innata e usanza diffusa a tutte le latitudini del globo. È un po' come se in noi si sviluppasse, una volta conosciuto il corpo umano, la necessità di scherzarci sopra. Talvolta questi atteggiamenti sono solo dovuti alla voglia di sbeffeggiare in modo ilare i propri amici. Se si parla di sport invece, la tradizione di appellare in una particolare maniera un compagno di squadra fin da quando si è ragazzi, in alcune località del mondo è una vera è propria cultura. Stiamo parlando ovviamente dei casi in cui nascono dei soprannomi. Capita spesso che questi nomignoli perseguano il giocatore o il ragazzo in questione per tutta la vita. Effettivamente, quando prima parlavamo di come i soprannomi possano essere un fattore culturale in svariate nazioni, non scherzavamo. In Brasile ad esempio talvolta il soprannome fa testo all'anagrafe. È il caso di Edson Arantes do Nascimento, detto tra gli amici Pelè, o Ricardo Izecson dos Santos Leite, che ai più è pero conosciuto come Kakà perché al fratello piccolo veniva difficile pronunciare il nome “Ricardo”. Ogni ragazzo nelle favelas brasiliane ha un soprannome proprio, spesso alcuni sono anche particolarmente ingegnosi.  Oltre al calcio e al Sud America in generale c'è un'altra zona del mondo, a cui è indissolubilmente legato uno sport e che con i soprannomi ci hanno dato giù pesante: stiamo parlando degli Stati Uniti e del mondo della Nba. Tanti, ma veramente tanti i soprannomi che nella storia del basket americano sono girati. Tutti spesso dati ai ragazzi fin quando giocavano per strada nei campetti di periferia. Tra i vari non possiamo non citare “Magic” per Earvin Johnson. Non tanto per la fantasia, ma per quanto sia adatto. Chiunque lo abbia visto giocare (o anche solo sorridere) una volta nella vita sa il perché. Interessante è anche ciò che fu scelto per uno dei più grandi rimbalzisti ogni epoca: Dennis Rodman, detto “il verme”. Gli atteggiamenti non proprio eleganti avuti fuori dal campo uniti a qualche centinaia di tatuaggi e piercing gli valsero quel nome.  In generale è interessante notare due cose. Da una parte come questi soprannomi rendano lo sport migliore. Sono sovrastrutture necessarie al gioco per far appassionare il tifoso. È ovvio che tutte le storie legate a questi nomignoli siano divertenti da sapere e proprio come lo sport quindi fruiscono da passatempo. Dall'altra parte è invece interessante notare come molti dei luoghi da cui escono fuori i migliori soprannomi per atleti, abbiano tutti come comune denominatore la povertà. Le favelas, l'argentina povera o il Bronx di Brooklyn: è da lì che esce il meglio. Un po' come se attraverso lo sport anche nei posti più difficili del pianeta si possa trovare comunque il modo di sorridere.