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I numeri 2 nel mondo dello sport

Mauro Barzagna
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È strano quanto a volte possa essere ingiusto lo sport. O meglio, se vogliamo essere precisi, quanto possano essere poco giuste le sovrastrutture legate all'ambito sportivo. Lo sport, come idea platonica è perfetta nel suo sé, è più che altro il mondo sensibile umano che ne corrompe i costumi. È chiaro che sport e uomini siano un dualismo inscindibile, purtroppo, però, talvolta la folla si dimentica di cosa voglia dire essere atleti. Capita spesso di dimenticarsi che il numero 1.560 della classifica tennistica mondiale sarebbe un tizio che impartirebbe lezioni a centinaia di milioni di altri praticanti. Non avendo sempre chiaro questo concetto si finisce spesso da tifosi ad divinizzare i vincitori e a lasciare al baratro del tempo gli sconfitti. Lo sport però è magnifico perché ha come natura intrinseca quella della sfumatura. Non esistono solo gli sconfitti ma tal volta anche quelli che sono arrivati dietro al primo ma davanti a tutti gli altri. La categoria a cui faccio riferimento è una delle più sfortunate. Come si può essere vincitori e sconfitti allo stesso tempo? Beh, nello sport è possibile. Se arrivi secondo in classifica quasi sempre significa che hai perso l'ultima partita che hai giocato, a differenza del terzo che la sua finalina invece l'ha vinta. La natura dei secondi è quella di essere per antonomasia scordati. C'è addirittura chi nello sport parla di "sindrome dell'eterno secondo"; in alcuni casi ed è difficile non essere d'accordo. A noi piacerebbe però ridare luci a questi poveri dimenticati. Ci sono tanti atleti a cui sono legate storie buffe di questo tipo. Quindi per capire a pieno cosa voglia dire essere un numero 2 dimenticato partiamo da una domanda. Nel 2008, come ricorderete, a Pechino Usain Bolt stabilisce uno dei più incredibili record della storia dello sport, superato sempre e solo da lui l'anno dopo. Corre 100 metro in 9"69, legittimando una vita ancora prima che una carriera sportiva. Su quella corsa a braccia aperte si dovrebbe scrivere un libro. Il quesito allora è: chi è che arrivò secondo in quella gara? Difficile, lo sappiamo. Prima di dare la risposta è bene però far notare una cosa. Il secondo classificato delle Olimpiadi del 2008 era un uomo che in quel momento era stato più veloce di 7 miliardi 403 milioni 623mila 427 persone. Peccato solamente che in questo pianeta siamo 7 miliardi 403 milioni 623mila 428 persone. E si, perché Richard Thompson, direttamente dal Trinidad and Tobago, nell'estate del 2008, è stato più veloce di tutti, tranne che di uno. Eppure quel singolo con la sua storia umana, ancor prima che con le vicende sportive, aveva completamente eclissato la sua impresa: essere la seconda persona più veloce del mondo. Da questa storia possiamo capire a pieno la condizione di incompiutezza che possono avere questi atleti. L'uomo aspira sempre al massimo possibile e talvolta dinamiche di questo tipo possono far perdere significato alle immense gesta di questi atleti. Dovremmo tutti apprendere l'ennesima lezione che lo sport ci vuole rendere: sapersi accontentare e apprezzare ciò che si raggiunge. Non bisogna mai essere delusi per essere arrivati secondi, bensì essere fieri di essere stati migliori di tutti gli altri. E noi, tifosi in primis, dobbiamo aiutare a non apostrofare questi atleti come eterni sconfitti, non se lo meritano!