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Genitori, doping e responsabilità

Giacomo Sintini
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Buon lunedì cari amici lettori, per la rubrica di oggi intendo parlavi di un'altra storia di sport, di sport e doping per la precisione. La storia coinvolge in prima persona Giuseppe Abbagnale  sì proprio lui, quello che remando con il fratello Carmine ha navigato verso la gloria olimpica e sportiva. Ora Abbagnale è presidente della Federazione italiana di canottaggio ed è stato lui stesso a dichiarare che il figlio Vincenzo, atleta azzurro e in corsa per partecipare alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, con ogni probabilità non prenderà parte alla spedizione olimpica. Perchè? Perché Vincenzo Abbagnale ha saltato tre controlli antidoping, l'ultimo i primi giorni di febbraio, e questa sua mancanza gli costerà molto cara almeno di un anno di squalifica secondo i regolamenti. Il padre, Giuseppe, ha voluto subito rendere noto quanto accaduto per evitare illazioni contro la Federazione Canottaggio e per tutelare il nome degli Abbagnale, aggiungendo poi che secondo lui il figlio è un immaturo e che quindi non merita di partecipare ai Giochi Olimpici. Ci sono delle verifiche in corso e presto di saprà come si andrà a fine la vicenda, ma quello su cui vorrei riflettere è l'atteggiamento di Abbagnale senior. Un genitore che si schiera contro il figlio, che non cerca in ogni modo di giustificarlo e di sminuire un comportamento non corretto. Una rarità in un mondo dove i genitori rischiano di essere sempre e solo dalla parte dei figli, per proteggerli a volte non facciamo davvero il loro bene anzi li culliamo nell'idea che "non è colpa mia ma di qualcun altro", ma così facendo non li aiutiamo a crescere. Abbagnale invece ha dato una lezione molto dura al figlio negandogli il raggiungimento di un sogno come lo sono le Olimpiadi, ma questa durezza forse lo farà rimettere sulla giusta scia, a vogare con maggior responsabilità considerato che ha scelto di fare dello sport parte importante della sua vita. Uso spesso il termine "responsabilità" quando parlo dello sport a livello agonistico e professionistico ma non trovo un'altra parola che descriva meglio il senso del dovere e il rispetto che noi atleti dobbiamo mettere nel nostro lavoro.Nella pallavolo non ci sono stati casi eclatanti di ricorso a sostanze dopanti, conduciamo vite molto controllate fin da giovani e gli eccessi sono pochi, però il doping è una piaga che deve essere combattuta prima di tutto "dal di dentro", negli ambienti dove si aggirano personaggi che ti promettono prestazioni da favola in cambio della tua lealtà verso lo sport. Perché di questo si tratta: un atleta che si dopa tradisce prima di tutto se stesso e la sua dignità verso lo sport che ama, per il quale ha sudato e pianto lacrime di gioia e di dispiacere. Poi tradisce i suoi compagni di squadra, i suoi allenatori e i suoi tifosi. Doparsi è un atto di debolezza, è come alzare bandiera bianca davanti ai propri limiti e sentirsi incapace di andarvi oltre contando solo sulla propria forza di volontà. Significa arrendersi e dire a se stessi: non ce la faccio. Per fare in modo che il doping non rappresenti più una scorciatoia credo che va fatto un attento lavoro con tutti gli atleti, anche di livello amatoriale, perché non cadano nella tentazione di ricorrere a mezzi illeciti per migliorarsi, e credo che debba essere fatta un'accurata informazione sui rischi per la salute correlati all'uso di sostanze o pratiche proibite. La bellezza dello sport è tutta nel confronto, nell'agonismo puro e pulito. Non c'è vittoria senza lealtà, non c'è esultanza senza correttezza.  [email protected]