Tarpani: "La Fondazione Piazzoli sia popolare"

PERUGIA

Tarpani: "La Fondazione Piazzoli sia popolare"

28.07.2014 - 09:29

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“Facevamo le imitazioni di cantanti, suonavamo le percussioni sui banchi di scuola, passavamo interi pomeriggi in camera a sentire musica, ordinavamo novità alla Virgin che allora era un negozietto di Londra che inviava i vinili a casa per posta”.
Giovanni Tarpani ricorda così, con piccoli flash e gli occhi umidi, Sergio Piazzoli per lui non l’operatore culturale che per trent’anni ha realizzato la colonna sonora dell’Umbria ma un compagno di scuola con il quale ha condiviso la passione per la musica. “Sergio è stato la figura che ha accompagnato costantemente la mia personale formazione musicale. Io ero più portato per la musica americana, lui per quella anglosassone. Insieme abbiamo costruito l’idea del Capodanno a Perugia, e quando non se ne è occupato più è stata la fine immeritata di quell’idea”. L’ultima volta che si sono visti è stato quattro giorni prima della sua improvvisa morte perché la Regione aveva deciso di portare ad Isola Maggiore per “Music for Sunset” una porzione della mostra fotografica di McCurry, quella dedicata al Trasimeno. “In quell’occasione gli ho scattato, per hobby, delle foto, sicuramente le sue ultime immagini”.
Tarpani ha già le idee chiare sulla “Fondazione Piazzoli” proposta da Ambroglini, partendo da due concetti base: difendere la capacità organizzativa di Sergino che ha raggiunto livelli professionali altissimi ma soprattutto l’esperienza di una generazione che, partendo dall’Arci, è stata poi utilizzata in seguito dalla città per realizzare molte delle esperienze nel campo della cultura e della musica che oggi costituiscono l’identità di Perugia. “L’idea della Fondazione è realizzabile - precisa Tarpani - se nasce da un forte consenso che del resto vedo crescere ogni giorno di più attraverso interviste e dichiarazioni. Purtroppo però non è sufficiente perché non può nascere da un ente pubblico, quindi bisogna percorrere una strada nuova: una Fondazione di Partecipazione in termini non solo nominalistici e giuridici. Dovrebbe nascere da un azionariato popolare innescato da eventi che, sia chiaro, non spetterà alla Fondazione di organizzare per la sua natura giuridica però si potrà attivare nella ricerca di fondi. L’eredità del lavoro di Sergino non deve essere un “Club di Amici” ma il proseguimento della sua eredità migliore: la costruzione di un pubblico in una città che l’ha sempre guardato come punto di riferimento culturale. Perché lui ha operato un’apertura verso un mondo non localistico, portando in Umbria esperienze internazionali”.
Poi entra ancor più profondamente nel dettaglio: “Se la Fondazione non può essere d’iniziativa pubblica le istituzioni però possono accompagnarne il processo, corroborare i progetti che verranno messi in campo. C’è inoltre una figura essenziale, imprescindibile, depositaria della memoria di Sergino: Patrizia Marcagnani, che ha affiancato per oltre 30 anni la vita privata e professionale di Sergio. E’ la testimone vera dell’evoluzione professionale e culturale di Piazzoli. Una Fondazione di Partecipazione ha bisogno di un consenso che nasce da una base di azionariato popolare e prende vita proprio per progetti di qualità. Non ha un capitale sociale, come altre Fondazioni, di natura immobiliare o finanziaria. Il “capitale” della futura Fondazione è un’idea, la memoria storica di una generazione, la forma giuridica deve adeguarsi a questo lascito. Se poi la Fondazione si svilupperà e potrà avere altri obiettivi, saranno il tempo e le risorse che riuscirà ad attivare a stabilirlo”.
Che tipo di eredità va raccolta, oltre alla testimonianza preziosa della compagna Patrizia?
“Io ho avuto la fortuna di conoscere Sergio quando eravamo due adolescenti. Aveva un mito, il fratello, morto giovanissimo che gli ha lasciato un impianto di amplificazione per cantare. E Sergio ha cantato per diversi anni. Ha impostato il suo rapporto con la musica attraverso il ricordo del fratello. Credo che niente possa essere più giusto e rispettoso della sua memoria del tenere in giusto conto questa sua volontà: il rapporto con la musica. Faccio un appello ai suoi eredi perché siano rispettosi verso il patrimonio professionale e culturale che Sergio ha lasciato alla città, nient’altro che questo. Ricordo che quando il pomeriggio ascoltavamo gli LP erano divisi in due blocchi: c’erano i dischi che noi due ci scambiavamo e c’erano quelli del fratello di cui era gelosissimo e non dava mai a nessuno”.
Qual è, secondo lei, il comune sentire dei perugini sul progetto Fondazione?
“Non è cosa usuale, almeno io non sono più abituato a vedere un comune sentire così diffuso. Però occorre evitare di trasformarlo in un dibattito solo rievocativo e privo di contenuti. Nelle pieghe del ricordo fine a se stesso molti potrebbero celare una distanza dalla visione della cultura e dello spettacolo che è maturata in Sergio e ci ha consentito un costante confronto con l’evoluzione della cultura internazionale. Immagino che una Fondazione Piazzoli possa anche rivolgere la sua attenzione alla formazione di nuovi critici musicali che devono confrontarsi non più con il pezzo sul giornale ma con il twitter, il post su Facebook, il blog. Tutte idee, e spero che ne arrivino molte altre, che hanno bisogno di aver alla base la costruzione di un autentico sentire popolare. La mia personale visione è che bisogna partire da un movimento dal basso che raccolga risorse per dare corpo e gambe a progetti innovativi, con una generazione di giovani cui affidare il compito di sviluppare la vocazione internazionale che Perugia ha sinora avuto. Noi, “ragazzi dell’Arci degli '80”, possiamo dare forza e memoria storica alla Fondazione, forti del fatto che non abbiamo interessi secondari nella sua costituzione, abbiamo solo la passione a far sì che un giorno qualcuno tra i protagonisti di questa esperienza diventi organizzatore, promoter, direttore artistico di una parte importante della cultura di Perugia e in Umbria”.

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