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Regina Elisabetta, i 70 anni di regno sono un sussulto rivoluzionario del tempo

Pietro De Leo
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Ma che respiro di aria fresca, questo Giubileo di Platino della Regina Elisabetta. Pare un ossimoro, celebrandosi l’anzianità di una porzione temporale di regno e con essa quella della sua detentrice. E invece no. Perché i 70 anni della Corona di Elisabetta sono un sussulto rivoluzionario del tempo, la ribellione al vorticare dell’epoca liquida, che tutto scioglie e porta via, consegnando all’oblio o, al massimo, al vago ricordo. Una Regina che ha attraversato il confine di due secoli e due millenni insieme, sette decenni di accelerate mutazioni, dall’analogico al digitale e su su nel metaverso, crisi economiche, energetiche, rivolgimenti sociali, il terrorismo politico, le guerre di oggi, ha rappresentato la fiera resistenza di un’Istituzione agli scossoni esterni e alle metastasi interne, il fiero bastione dell’antico senso del ruolo, valore che si è perso man mano che i detentori (leggi, le generazioni successive della Famiglia Reale) ne hanno fatto strame riducendo se stessi a carne da gossip, alla mercé di una contemporaneità che respinge gli esempi ma ha tremenda fame di gadget, da consumare, ghermire e nel caso imitare nel modo più frivolo possibile. Nel confine spesso labile tra buriane mediatiche e chiavi di lettura fiction che riducono tutto a canovaccio, copione o “puntata”.

 

 

Elisabetta ha evitato che ciò accadesse con la tragedia di Diana, riconciliando la monarchia con i suoi sudditi ed evitando, in corner, che la figura della Principessa del Popolo fosse plasmata a mero mito progressista, grimaldello per buttar giù le torri del castello di Windsor. Così come l'incarnazione della storia rappresentata da Elisabetta giganteggia sulla coppia Netflix Harry-Megan, che appaiono un orpello glamour sullo sfondo, molto sullo sfondo, di una grande epopea. E va sottolineato, infine, il modo in cui Elisabetta ha inteso non sacrificare neanche un’oncia del contenuto pieno della monarchia sull’altare dell’affetto per quel figlio, Andrea, anch’egli autoridotto a personaggio di un ipotetico serial tv su un eterno “rich-kid”.

 

 

Nel quadro di vite principesche sideralmente lontane da quelle dell’uomo comune, questa Corona ha saputo sempre, per quanto a volte poco percepito, mantenere ben tesa la corda di un principio, quello della responsabilità che non si può e non si deve eludere. E allora ecco che per questo, per tutto questo, Elisabetta esprime un valore universale vivente, quello della memoria, in un Occidente che ne ha smarrito il senso e l’importanza. La Regina perderà la sua guerra, è fisiologico, quando la natura farà il suo corso, e c’è tanta poesia nelle guerre perdute. Ma che qualcuno, da qualche parte nel campo delle democrazie contemporanee, possa far tesoro del nucleo di questa lezione umana e storica, è un angolo di speranza.