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Attanasio, la ricostruzione che arriva dal Congo sui presunti assassini non convince l'Italia

Christian Campigli
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Onesto, appassionato e determinato. Un sognatore, desideroso di aiutare gli altri. Gli ultimi. E di porre fine alle enormi disparità sociali ed economiche presenti nella “sua” Africa. La polizia della Repubblica Democratica del Congo ha annunciato questa mattina di aver arrestato alcuni degli autori dell’agguato nel quale, lo scorso 22 febbraio, sono stati uccisi l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, l’autista dell’Onu Mustapha Milambo e il carabiniere Vittorio Iacovacci. L’annuncio è stato dato dal generale Aba Van Ang durante un incontro con alcuni giornalisti locali, nella città di Goma, il capoluogo della provincia del Nord Kivu, dove è avvenuta l’imboscata.

 

 

Secondo la ricostruzione degli uomini in divisa, sono stati arrestati esponenti di tre gruppi, due dei quali identificati con i nomi di Bahati e di Balume. La persona sospettata di aver aperto, fisicamente, il fuoco sull’ambasciatore, individuata come Aspirant, sarebbe invece latitante, ma in un luogo noto agli agenti. “Sappiamo dove si trova, speriamo di prenderlo” ha sostenuto il comandante. L’annuncio è stato dato in presenza del governatore militare del Nord Kivu, il generale Constant Ndima Kongba, di fronte a sei uomini in manette, seduti per terra, all’aperto. Secondo gli investigatori, gli assalitori progettavano di rapire Attanasio per chiedere poi un riscatto da un milione di dollari. La sua morte non solo non sarebbe stata pianificata, ma, al contrario, sarebbe un “errore, un danno collaterale”. Una parte del piano criminale andato per il verso storto.

 

 

“Non è la prima volta che dal Congo arrivano notizie del genere che poi si rivelano essere una farsa – ha affermato Salvatore Attanasio, padre di Luca, intervistato dall'agenzia di stampa Ansa - Per cui non vorrei fare alcun commento sugli arresti prima che le nostre autorità abbiamo controllato e certificato l'operato della polizia congolese. Fino ad allora per noi famigliari questi arresti non contano nulla”. La ricostruzione della polizia congolese non convince appieno neppure la procura di Roma, che sta cercando di “acquisire elementi che permettano la verifica e una attenta valutazione delle novità investigative”. I magistrati italiani considerano poco probabile la tesi del rapimento finito male. Anche perché, nello stesso luogo, presso il confine con il Ruanda, è stato ucciso qualche settimana dopo anche il giudice congolese che indagava sulla morte del giovane diplomatico italiano. La Farnesina sta lavorando per accelerare la missione dei carabinieri del Ros, al fine di provare ad ascoltare direttamente gli arrestati e affiancare gli investigatori locali nei prossimi passi degli accertamenti. Per mettere fine ad una storia orrenda. Ad un omicidio che ha strappato alla propria famiglia un uomo appassionato, buono e determinato a sconfiggere le enormi differenze sociali ed economiche presenti nella “sua” Africa.