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Regno Unito, la variante delta causa la terza ondata: i rischi per l'Italia

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Terza ondata nel Regno Unito a causa della variante delta. Uno scenario acuito dalle riaperture, che potrebbe ripresentarsi anche in Italia, come ammonito da diversi virologi, a cominciare da Fabrizio Pregliasco questa mattina sul Corriere della Sera. I nuovi casi registrati negli ultimi giorni sono aumentati del 33,4 per cento rispetto a quelli dei 7 giorni precedenti, ma il ritmo sembra essere calato dall’inizio dei primi focolai nell’ultima settimana di maggio.

 

I nuovi casi degli ultimi 14 giorni sono però aumentati del 118 per cento rispetto a quelli dei 14 giorni precedenti, facendo raddoppiare il numero delle persone ospedalizzate. La nuova ondata ha costretto il governo britannico a rimandare al 19 luglio l’abolizione di tutte le restrizioni sociali inizialmente prevista per il 21 giugno. Si è visto che la variante Delta, sequenziata per la prima volta in India, è più trasmissibile di quella identificata nel Regno Unito (e ora prevalente in Europa) di circa il 60 per cento. In più, l’efficacia di una sola dose di vaccino è diminuita, ma entrambi le dosi riescono ugualmente a fornire una protezione elevata, simile a quanto visto con altre varianti. La Delta rappresenta ormai il 90% dei nuovi casi rilevati nel Regno Unito e i paesi europei sono corsi ai ripari imponendo regole più severe per chi proviene dal Regno Unito. Una variante così aggressiva è una seria minaccia ai risultati raggiunti dopo i primi sei mesi della campagna di vaccinazione che sta permettendo ai paesi europei di tornare gradualmente a una vita quasi normale, con gli ospedali sempre più vuoti e i decessi che diminuiscono sempre più.Proprio ieri il ministro della Salute Roberto Speranza ha firmato un’ordinanza che prevede il divieto di ingresso per chi arriva da India, Bangladesh e Sri Lanka e la quarantena di 5 giorni con obbligo di tampone per chi proviene dalla Gran Bretagna.

 

L’Italia si sta muovendo per potenziare la sua rete di sequenziamento che fin ora non è stata tra le più efficienti. Fin qui infatti, l’Italia ha sequenziato lo 0,7% dei tamponi processati, lontana dai livelli del Regno Unito che è riuscito a sequenziare quasi il 10% di tutti i tamponi processati. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie raccomanda di sequenziare il 10% dei tamponi processati su base settimanale o almeno di analizzare 500 casi positivi. Nella settimana passata, l’Italia ha sequenziato solo 345 casi, pari all’1,4% del totale, un dato inferiore a quello di altri paesi come Germania, Francia e Spagna. Per rendere meglio l’idea, nell’ultimo mese ha sequenziato l’1,3% dei casi positivi, rispetto al 32,8% del regno Unito o al 5,8% della Germania. L’Istituto superiore di sanità (Iss) ha annunciato la creazione di una rete integrata per il sequenziamento, per "assicurare in modo integrato, in un’unica piattaforma pubblica, la sorveglianza epidemiologica, il sequenziamento dei ceppi virali circolanti, il monitoraggio immunologico, la ricerca e la formazione sui vari aspetti dell’infezione da SARS-CoV-2". La rete sarà composta dai laboratori di microbiologia di riferimento regionale e dai laboratori di sanita` militare, e si avvarrà del contributo di centri ad alta capacita` di sequenziamento. La creazione di questa rete era stata annunciata già a gennaio ma in concreto non è ancora entrata in azione, anche per la mancanza di adeguati fondi.