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Omicidio George Floyd, la sentenza potrebbe cambiare il futuro degli Usa

Christian Campigli
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Le preghiere di Joe Biden sono state ascoltate dall'Onnipotente. Il presidente degli Stati Uniti, l'uomo al momento più potente del mondo, solo ventiquattro ore fa aveva confidato di pensare molto ai giurati che avrebbero dovuto decidere sull'omicidio di George Floyd. “Le prove sono schiaccianti. Prego perché il verdetto sia quello giusto”. Stanotte è giunta la notizia che l'esponente democratico si aspettava: condanna per l'ex agente di polizia Derek Chauvin. È stato quest'ultimo a provocare la morte dell'afroamericano durante il suo arresto. Quando ha tenuto il ginocchio premuto sul suo collo per nove, interminabili, minuti. La giuria lo ha ritenuto colpevole per tutti e tre i capi di accusa: omicidio colposo, di secondo grado preterintenzionale e di terzo grado. L'ex agente ha lasciato l'aula in manette e resterà sotto custodia cautelare in attesa che venga determinata con esattezza la sua pena. Quel grido soffocato, quelle parole che hanno fatto il giro del mondo (“I can’t breathe”) potrebbero costare fino a quaranta anni di galera a Chauvin.

Fuori dal tribunale di Minneapolis c'era una folla numerosa, che aspettava con ansia il verdetto del tribunale e che ha accolto la decisione con applausi e cori. “La giustizia guadagnata dolorosamente è arrivata per la famiglia di George Floyd e la comunità qui a Minneapolis, ma il verdetto di oggi va ben oltre questa città e ha implicazioni significative per il Paese e persino per il mondo – ha sottolineato Ben Crump, uno dei legali della famiglia Floyd - Questo caso è un punto di svolta nella storia americana per la responsabilità delle forze dell'ordine e invia un messaggio chiaro che speriamo venga ascoltato chiaramente in ogni città e in ogni Stato”. Una sentenza che in molti temevano a New York e dintorni. Era sufficiente leggere i più importanti quotidiani americani per rendersi conto che, di fronte ad una assoluzione, il rischio di nuovi disordini sarebbe stato altissimo.

È bene ricordare infatti che quando si diffuse la notizia dell'omicidio di George Floyd, il 26 maggio 2020, gli Usa vissero giorni terribili. Il movimento Black Lives Matter organizzò immediatamente una manifestazione di protesta, contro quello che pareva sin da subito un vero e proprio omicidio. Gli sportivi di colore, Lebron James in primis, presero posizioni nette. A Los Angeles piuttosto che a Detroit, ad Atlanta piuttosto che a Portland le proteste però si fecero feroci e violente. Tanto da indurre l'allora presidente Donald Trump a chiedere l'intervento della Guardia Nazionale. Il tema del razzismo, della discriminazione soprattutto nei confronti dei neri diventò uno dei principali argomenti della campagna per le presidenziali. Anche perché gli attivisti diffusero una serie di dati che contribuirono alla vittoria di Biden. La polizia americana tra il 2013 e il 2019 ha ucciso 7663 persone: in media 1.100 l’anno. Le vittime afroamericane sono circa il triplo di quelle bianche e solo nell’1% dei casi si è arrivati all’incriminazione di un poliziotto. Oggi la sentenza che potrebbe cambiare il futuro prossimo della più grande democrazia del globo. O farle scoprire di essere fragile e impreparata.