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Usa, le elezioni controverse rischiano di gettare il Paese nel caos: l'ipotesi di un compromesso

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Come si cerca di evitare un lungo periodo caotico

Fabio Squillante
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Martedì 3 novembre i cittadini degli Stati Uniti si recano alle urne per eleggere il presidente della repubblica, i membri della Camera dei rappresentanti, un terzo dei senatori e 11 governatori.

L’attenzione è centrata, naturalmente, sulla sfida tra il presidente uscente, Donald Trump, e lo sfidante democratico, Joe Biden. I risultati smentiscono clamorosamente i sondaggi, che prevedevano la vittoria di Biden con ampi margini sia nel voto popolare, sia nella maggioranza dei singoli Stati. Trump, infatti, non solo conferma la popolarità di cui gode in ampie fasce della popolazione, ma raccoglie alcuni milioni di voti in più, rispetto alle elezioni del 2016. Egli riesce a prevalere in quasi tutti gli Stati centrali, e solo al termine di una battaglia voto per voto lo sfidante emerge vincitore in alcuni Stati chiave della “Rust Belt”: la “cintura della ruggine” che racchiude le aree più industrializzate del Paese. Mentre scriviamo Biden appare vicinissimo alla vittoria, anche se alcuni Stati restano non assegnati.

Il voto – a quanto sembra di capire – appare comunque viziato da brogli gravi e diffusi, in particolare negli Stati più contendibili. Accade così che in Michigan, alle 6:30 del mattino, appaiano 138 mila voti in favore di Biden; che in Wisconsin ne spuntino 50 mila nello stesso modo; che in Arizona ci si “dimentichi” di conteggiare i voti espressi nei seggi di una contea a forte maggioranza repubblicana; che in Florida ci siano decine di migliaia di schede postali spedite da persone residenti in altri Stati; che all’appello manchino 300 mila schede regolarmente spedite e mai consegnate; che gli scrutatori repubblicani non abbiano accesso alle sale dei conteggi, e che ne siano anzi scacciati a furor di popolo. Numerosi video testimoniano, inoltre, il massiccio ricorso alla contraffazione delle schede, direttamente nei centri di conteggio. Sono fatti che nemmeno i democratici cercano di smentire, ma che vengono sistematicamente censurati dalle piattaforme dei “Social network” – Facebook, Twitter, YouTube ecc. – che fanno “sparire” video, messaggi, fotografie.

Nonostante tutto, i media non riescono a nascondere l’indignazione degli elettori repubblicani, alimentata, del resto, dall’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e dallo stesso presidente Trump, i quali prima annunciano azioni legali mirate – che vengono puntualmente respinte dai giudici distrettuali – e poi un ricorso su scala nazionale. La minaccia equivale ad un’arma finale e non viene presa sotto gamba dai democratici, poiché il ricorso potrebbe finire per essere risolto dalla Corte suprema, che vede una forte maggioranza di giudici conservatori. Il Paese rischia, dunque, di essere trascinato in una durissima battaglia legale che lacererebbe il tessuto istituzionale del Paese, acuendo la frattura che già oggi mette in dubbio le capacità degli Usa di mantenere una leadership globale.

Il contenzioso, peraltro, potrebbe concludersi dopo l’arrivo di Biden alla Casa bianca, previsto al più tardi per il 20 gennaio prossimo. In altre parole, Trump ha scarsissime possibilità di vedere riconosciute le sue pur valide ragioni, pur mantenendo un potere distruttivo nei confronti della prossima presidenza. Al Senato, del resto, i repubblicani potrebbero mantenere la maggioranza, o quanto meno risultare in parità con i democratici, mentre alla Camera essi guadagnano – al momento – 5 seggi e i democratici ne perdono 4, pur restando maggioritari.

Proprio per evitare un lungo periodo di caotico confronto politico e istituzionale – in un Paese in cui negli ultimi mesi si sono moltiplicate le milizie “antifasciste” e “patriottiche” armate – i rappresentanti di importanti circoli associativi, finanziari e industriali sono al lavoro per trovare un compromesso. L’ipotesi è quella di convincere Trump a riconoscere la sconfitta, e i democratici a tenere lontani dal governo gli esponenti più controversi, lasciando spazio, anzi, ad alcune personalità vicine ai repubblicani. E’ un lavoro in cui è impegnato anche, in prima persona, l’attuale presidente del Senato, Mitch McConnell, il quale spera di chiudere la porta del dipartimento di Stato all’ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Barack Obama, Susan Rice; e quella del ministero della Giustizia alla fondatrice dell’organizzazione non governativa “Fair Fight Action”, Stacey Abrams. Non sarà un compito facile, almeno a giudicare dai messaggi di Eric e Donald junior, i due figli maggiori di Trump, i quali si sono scagliati contro i leader repubblicani perché non difendono il padre, chiamandoli “pecore”

Agenzia Nova