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Galleria Nazionale: spacchiamo il porcellino

Antonio Brizioli
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Nelle indagini di oggi, si tende a ragionare per statistiche, attribuendo una presunzione di ovvietà matematica a numeri costruiti in accordo con le esigenze del compilatore. Io continuo a preferire l'esperienza diretta, lo studio sul posto, il potere delle sensazioni. È per questo che, preso dalla volontà di approfondire la situazione della Galleria Nazionale dell'Umbria, piuttosto che procurarmi i tabulati delle presenze e degli incassi, ho optato per affrontare la questione personalmente, recandomi sul posto diverse volte negli ultimi mesi, a orari diversi, in giorni casuali. L'ultima volta ieri. Metà pomeriggio e arrivo in tuta per procedere speditamente, alla deriva, come siamo soliti ripetere. Mostro alla cassiera il badge di un'università terminata da qualche mese, il mio innocente volto di bambino fa il resto: strappo un omaggio con l'inganno. Risparmiate la paternale, io sono per i musei gratuiti e un furto di questo tipo lo compio senza il minimo problema di coscienza. Entro e la sensazione è la stessa delle volte precedenti: un deserto d'oro e silenzio. Il museo ha pochi rivali nazionali in termini di collezione eppure si presenta come un desolato scrigno fatto per essere osservato da pochi eletti. Ha la bellezza di una poesia non pubblicata o di un musicista talentuoso che preferisce donarsi agli amici piuttosto che al grande pubblico. Cammino veloce fra uno zampillo di sangue sgorgante dai piedi del Cristo Crocefisso e un abbraccio irrigidito e variopinto fra la Madonna e il Bambino. Mi diverto, mi sembra un parco giochi, non c'è nessuno. Mi prende anche l'idea di provare a battere il record di corsa di Bande à Part e The Dreamers, ma desisto quando realizzo che non sono al Louvre, non ho portato amici e non c'è un guardiano che cercherebbe di acchiapparmi, quindi le condizioni di partenza sono impari. Inoltre “Emergenze” sarà pure un bell'esperimento, ma non al punto di poter competere con Godard e Bertolucci. Con la delusione che sempre segue la repressione di un istinto, mi siedo a pensare di fronte al Polittico di Sant'Antonio ed è proprio qui che la combinazione trinitaria tra me, il mio patrono e il delicato enigma pittorico di Piero della Francesca, produce una visione, stavolta perfettamente traducibile in realtà. Immagino la Galleria Nazionale come un porcellino, in cui il più giudizioso dei bambini ha inserito puntualmente una monetina tutte le sere prima di dormire, per qualche secolo; alla fine questo porcellino è straripante di ricchezza e non c'entra più nulla. Il bambino non sa che fare, è ormai affezionato al porcellino stracolmo e non vuole romperlo nonostante abbia perso la sua funzionalità e risuoni di soldini che gli farebbero comodo. Ci pensa per mesi, lo guarda, lo accarezza, finché un giorno con le lacrime agli occhi afferra un pesante martello e lo spacca in mille pezzi per gioire dei suoi regali. Bene: è giunta l'ora di dare una martellata al più magnifico dei porcellini presenti in Umbria, godendo del vantaggio di non dover nel nostro caso distruggere nulla. Che fare di questo prezioso e paffuto maialino? Io dico di esporre ciclicamente un capolavoro della Galleria Nazionale all'esterno. Un mese e poi si sostituisce con un altro, poi ancora e così via per un anno. In Corso Vannucci, sotto gli occhi di tutti, in mezzo al passo, con le assicurazioni del caso. Se la gente non va al museo, il museo andrà dalla gente. Non si tratta di prestiti e di prassi legate al mondo dell'arte, non si tratta di attrarre i turisti, si tratta di dilatare un contenitore saturo, con un reciproco guadagno di entità incalcolabile. Gli esiti saranno talvolta grotteschi: non mancheranno le ironie sul pisellino del Bambinello, sui cherubini perugineschi scambiati per creature dei Manga; non mancheranno i selfie con la Madonna assisa. Non mancheranno tutte quelle scene che i vecchi tromboni dell'arte chiamano nefandezze, mentre io le chiamo cultura. Al fianco di questi sprovveduti ci sarà il bambino curioso che ficcherà la testa dentro l'edicola di Matteo da Gualdo per contare le frecce sul costato di San Sebastiano o quello che da una veduta di Giuseppe Rossi capirà com'era fatta Perugia un secolo e mezzo fa e lo rivelerà entusiasta ai compagni di classe. Questa è cultura vera, questa è cultura rivoluzionaria. Ps: non si tratta di una provocazione ma di una proposta serissima, che attende risposta da chi di dovere. [email protected]