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Lo smart working piace alle imprese: per il 66% aumenta la produttività

Christian Campigli
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Da misura tampone, indispensabile per contrastare l'emergenza Covid, a strumento che potrebbe rivoluzionare il mondo del lavoro. In Italia e, più in generale, nel mondo occidentale. Lo smart working piace a imprese e lavoratori. Per due datori di lavoro su tre (66%) incrementa la produttività e consente il risparmio dei costi di gestione degli spazi fisici, in particolare per le piccole imprese. Non solo, per il 72% dei datori di lavoro aumenta il benessere organizzativo e migliora l’equilibrio vita-lavoro dei dipendenti. È quanto emerge dalla giornata di studi organizzata questa mattina a Benevento dall’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), e reso noto dall'agenzia di stampa AdnKronos.

Per l’80% dei lavoratori, l'impiego agile migliora l’organizzazione e la gestione degli impegni privati-familiari, per il 72% favorisce una maggiore autonomia rispetto a metodi, orari, ritmi, e luoghi di lavoro e soprattutto, il risparmio di tempo negli spostamenti (90%).  È il Nord est, col 70%, a trainare il resto del Paese, anche su questo tema. Le potenziali criticità dell'uso dello smart working in azienda si registrano sul fronte dei rapporti umani: non facilita i rapporti fra i colleghi e con i responsabili (per il 62% degli smartworkers e per il 43% delle imprese smart) e aumenta l’isolamento (per il 65% degli smartworkers e per il 49% delle imprese smart).

“Sullo smart working restano ancora da esplorare svariate potenzialità legate alle nuove tecnologie (come, per esempio, l’Intelligenza Artificiale) – ha affermato il presidente dell'Inapp, Sebastiano Fadda - che stanno già mostrando di poter alimentare sviluppi in termini di maggiore efficacia delle attività lavorative, ma che presentano anche un lato oscuro legato alla privacy, alla protezione dei dati personali, o semplicemente a quella sensazione di sentirsi perennemente connessi o sotto controllo”.