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Terremoto e alluvioni, in Italia più di un milione di aziende a rischio

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In Italia sono più di un milione (il 19,3% di 5,3 milioni, quelle iscritte al Registro delle Imprese) e impiegano 3,3 milioni di addetti le aziende a rischio fisico (sismico e idrogeologico) ‘alto’ o ‘molto alto’. Lo afferma il Rapporto Italia Sostenibile 2022 del Cerved Group, che quest'anno presenta anche un'analisi della distribuzione del rischio fisico e di quello di transizione secondo i criteri della Tassonomia UE, individuando i settori e le aree che avranno maggiori costi per effettuare i necessari interventi, e dunque necessiteranno di più risorse. Le aziende a rischio si trovano in particolare nelle province appenniniche come L’Aquila, Vibo Valentia e Isernia. Il milione di aziende a rischio si dimezza (550.000, oltre 2 milioni di lavoratori) se si valuta solo il rischio di frane e alluvioni, più forte nel Nord-Est, in Liguria e nel Delta del Po (Ferrara, Bologna e Pisa tra le province più esposte). 

Basandosi sulla Tassonomia UE e su una serie di informazioni aggiuntive, Cerved nel suo Rapporto Italia Sostenibile 2022 ha poi definito "un sistema che misura il grado di esposizione delle imprese italiane al processo di transizione, distinguendo quattro classi di rischio: i settori - come quelli dei combustibili fossili, o gli energivori - che necessitano di ingenti investimenti per riconvertire la produzione o ristrutturare gli impianti (a rischio transizione alto o molto alto); i settori manifatturieri, come ad esempio il sistema moda, che dovranno fare investimenti meno sostanziosi (a rischio medio); quelli a basso rischio e i settori green, già in linea con i requisiti previsti dalla normativa". In base a questa classificazione, "operano in Italia 932.000 società (2 milioni di addetti) con un rischio di transizione alto e molto alto, che dovranno sopportare notevoli costi per adeguarsi a un’economia a emissioni zero. La gran parte delle risorse finanziarie che possono essere mobilitate (14,8 miliardi di euro su 20,6 totali) è concentrata al Nord, mentre al Sud, l’area in cui incidono maggiormente le attività a rischio transizione, il potenziale da investire rappresenta solo il 12,8% (2,6 miliardi)", spiega il rapporto.

"Purtroppo, molte province specializzate in settori che dovranno affrontare forti cambiamenti hanno imprese con una struttura finanziaria più debole e quindi meno pronta agli investimenti: a Potenza il 29,4% degli addetti opera in attività a rischio alto e molto alto di transizione, a Taranto il 29,3%, a Chieti il 27,7%, a Campobasso il 26%. Le province più esposte sono anche caratterizzate dagli indici di attrattività più bassi e spesso hanno scarsi livelli di sostenibilità sociale: i cambiamenti richiesti potrebbero aumentare povertà ed esclusione sociale in province come Taranto, Siracusa e Crotone", sottolinea la parte del Rapporto in analisi.