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Inflazione, in Italia +8%: non si vedeva dal 1985. Confindustria: "Rischi per i consumi"

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Nel mese di giugno di quest'anno, l'Istat stima che l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registri un aumento dell'1,2% su base mensile e dell'8% su base annua, confermando la stima preliminare. Un +8% di inflazione non si vedeva dal 1985, dopo gli shock petroliferi. I paesi europei sono colpiti in misura differenziata: meno la Francia (+6,5%), di più la Germania (+8,2%) e soprattutto la Spagna (+10,0%). La media per l’Eurozona, +8,6%, è oltre quattro volte sopra la soglia Bce del +2%. Negli Usa, dove l’inflazione è salita prima, i valori sono simili (+9,1%; a maggio +6,3% la misura a cui guarda la Fed). Tutti questi dati emergono dalla congiuntura flash del centro studi di Confindustria, che evidenzia come la corsa dell’inflazione sia trainata soprattutto dai prezzi elevati delle materie prime energetiche e alimentari, ancor più in tensione a causa della guerra in Ucraina. I rincari si traducono in Italia in un +48,7% annuo dei prezzi energetici al consumo e in un +8,7% per quelli alimentari, che spiegano ben 5,7 punti su 8,0 di inflazione. La core inflation, al netto di tali prezzi, resta più contenuta: +3,1% in Italia (+3,7% nell’Eurozona). È comunque cresciuta negli ultimi mesi, segno che i rincari si stanno lentamente trasferendo sugli altri prezzi (+7,2% quelli relativi ai servizi di trasporto, ancora solo +2,6% per i beni industriali). Ma non quanto negli Usa (+5,9% la core), dove la domanda interna è più sostenuta e pesa anche la rincorsa dei salari. Anche il continuo indebolimento dell’euro, crollato a 1,01 dollari per euro in media a luglio, da 1,22 a maggio 2021 sta alimentando l’inflazione in Europa. Il significativo trend di svalutazione (pari al -17%) accresce, infatti, il costo delle commodity importate in Italia e negli altri paesi dell’Eurozona, che sono quotate quasi tutte in dollari (tranne il gas naturale, prezzato ad Amsterdam).

 

 

Fino a qualche mese fa, la maggioranza dei previsori si aspettava che l’impennata dell’inflazione fosse temporanea e che, una volta cessate le tensioni sulle commodity, si sarebbe vista una rapida discesa. Ma ora lo scenario inflazionistico sta peggiorando nell’Eurozona. Secondo le previsioni della Bce di inizio giugno, l’inflazione sarebbe al +6,8% quest’anno e scenderebbe a +3,5% il prossimo: troppo alta, troppo a lungo. La core inflation è attesa al +3,3% nel 2022 e ancora a +2,8% nel 2023. L'aumento annunciato dei tassi ufficiali, legato proprio a tale scenario per i prezzi, aiuterà a frenare le aspettative di inflazione e potrebbe limitare il trasferimento dei rincari ai beni industriali. I prezzi di energia e alimentari, però, dipendono da fattori esogeni, fuori del controllo della Bce: il loro sentiero, in questa fase particolare, è legato all’incerta evoluzione del conflitto. Per le famiglie, il rialzo dei prezzi finali si traduce in una maggiore spesa, a parità di volumi, considerato anche che energia e alimentari sono difficilmente comprimibili. Ciò potrebbe spingere a rimandare o ridurre l’acquisto di alcuni beni e servizi, che siano giudicati non essenziali. In direzione opposta agisce il risparmio accumulato dalle famiglie nel periodo della pandemia, che è un serbatoio di risorse cui alcune famiglie (sebbene non tutte) possono attingere. L’effetto netto di queste due forze contrapposte sarà che l’atteso rimbalzo dei consumi in Italia, nel corso del 2022, sarà frenato rispetto a quanto si sarebbe avuto senza il balzo dei prezzi. Inoltre, lo scudo rappresentato dall’extra-risparmio tenderà man mano ad esaurirsi, se i rincari dei prezzi non si attenueranno.

 

 

Parlando del Pil, invece, Confidustria evidenzia come la dinamica del Prodotto interno lordo italiano sia l'incerta sintesi di fattori che spingono in direzioni opposte. Al ribasso: i rincari di energia e alimentari (accentuati dalla guerra), per l’impatto su costi e margini delle imprese e su inflazione e potere d’acquisto delle famiglie, i tassi di interesse più alti e lo spread sovrano più ampio, il commercio internazionale debole. Al rialzo: la fine delle restrizioni anti Covid e la stagione calda che spingono il turismo, la crescita delle costruzioni, la resilienza dell’industria (grazie alla sua diversificazione e al traino dei primi due settori), il risparmio accumulato che protegge i consumi. L’euro indebolito sul dollaro aiuta l’export, ma alza i prezzi dei beni importati.