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Lavoro, il Covid accelera i cambiamenti e i sindacati mettono in campo schemi novecenteschi

Pietro De Leo
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Per carità, il doveroso rispetto del dettato costituzionale salva ogni legittimità del diritto di sciopero. E dunque anche la mobilitazione generale di ieri, promossa da Cgil e Uil, è segno del rigoglio democratico italiano. E però, siccome la libertà è erga omnes, non v’è lesa maestà per nessuno. Neanche per le manifestazioni del sindacato, su cui si apre una questione di opportunità grande così, ed ha a che fare con il contesto generale del Paese, innanzitutto. Dove, ancora una volta, al tessuto vivo dell’economia, imprese certo, ma anche lavoratori, è toccato gettare il cuore oltre l’ostacolo. Ed è toccato anche rialzarsi dopo un anno di politiche chiusuriste che hanno spostato sul mondo del lavoro il peso della profilassi verso questo virus aggressivo e per vari aspetti ancora oggi poco conosciuto.

Scuotere la pace sociale in questo momento, magari per ridare una ragione sociale a parte del sindacato, non è probabilmente la strada più adatta per solidificare la ripresa e dare costrutto a quel rialzo della domanda che, pur tra moltissime incognite (non ultima la crisi energetica) è comunque una realtà presente da settembre. Ed è ancora meno comprensibile farlo nel momento in cui la variante omicron impone un nuovo braccio di ferro con il bollettino pandemico (ma stavolta, a differenza del governo Conte) con tutte le istituzioni che hanno ben chiaro l’obiettivo di mantenere aperto il maggior numero possibile di attività economiche. E poi c’è il punto forse nodale della questione, ossia il tentativo del sindacato di recuperare una rappresentanza e una “ragione sociale”. In un momento in cui il quadro organizzativo del lavoro, così come le “figure” del lavoro, è profondamente mutato. Il post Covid accelera la transizione digitale, lo smartworking ha reso necessario pensare ad altri criteri di valutazione della prestazione lavorativa, non più sulla tempistica ma sul risultato.

Accanto a questo, emerge l'importanza di nuove categorie come i riders, idealtipo della gig economy, o si acuisce il dramma degli autonomi, ultimi usciti devastati dagli sconquassi del Covid. Le mutate dinamiche del mercato del lavoro sottolineano, inoltre, l’estensione del peso dell’innovazione tecnologica nella contrattazione. Non è solo in capo ai partiti l’onere di cogliere lo spirito del tempo, ma anche ai corpi intermedi e ai rappresentanti dei lavoratori. E per quella che è una sfida fondamentale per il mantenimento della coesione sociale mettere in campo schemi novecenteschi, evocazione martellante del fascismo inclusa, appare una strada disallineata rispetto alle risposte che i tempi richiedono.