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Pirateria tv, associazione a delinquere: 45 indagati. Oscurati 1.5 milioni di utenti

Christian Campigli
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Un mercato florido, in grande espansione. Che coinvolge non solo ragazzini smanettoni, ma anche ristoranti, bar e insospettabili professionisti. Soggetti distanti anni luce tra loro, ma con un minimo comune denominatore: evadere la legge e pagare dieci quello che costerebbe cento. Sono quarantacinque le persone indagate dalla procura di Catania per associazione per delinquere, accesso abusivo a sistema informatico, frode informatica e riproduzione e diffusione a mezzo internet di opere dell'ingegno. Un giro di affari illegale per milioni di euro, con buona pace dei colossi dell'intrattenimento, Sky, Dazn, Mediaset, Netflix e Amazon Prime. Gli utenti avevano un vero e proprio abbonamento, che si attestava sulle dieci euro al mese.

Il giro d'affari creato, ovviamente illegale, superava i quindici milioni mensili. Cifre da capogiro. Un mercato esploso negli ultimi due anni per motivi tecnici ed economici. Era sufficiente dotarsi di una linea ultra veloce per internet nel proprio appartamento e acquistare un decoder ad hoc, che su Amazon si trova a circa novanta euro, per poter vedere sulla piattaforma denominata IpTv partite di calcio e serie televisive, film appena usciti al cinema e approfonditi documentari. Gli abbonamenti alla fibra sono notevolmente calati, ed oggi con circa trenta euro al mese è possibile navigare, scaricare e vedere in streaming eventi in diretta con una velocità che può arrivare a toccare anche il giga al secondo. La pandemia ha creato un autentico cratere a livello economico, e molti italiani hanno dovuto tagliare spese superflue. Ma, al tempo stesso, sono stati costretti a trascorrere il proprio tempo libero in casa. E questo, nella maggioranza dei casi, significa sdraiati sul divano davanti alla televisione. I provvedimenti sono stati eseguiti in diverse città italiane e sono stati impiegati nell'operazione più di duecento specialisti provenienti da undici compartimenti regionali della polizia postale (Catania, Palermo, Reggio Calabria, Bari, Napoli, Ancona, Roma, Cagliari, Milano, Firenze, Venezia) che, operando sul territorio di diciotto province, hanno smantellato l'infrastruttura criminale, sia sotto il profilo organizzativo che tecnologico.

Un'importante centrale di smistamento è stata individuata a Messina, città dalla quale passava circa l'ottanta per cento del flusso illegale Iptvin Italia. La tecnica illecita, ha ricostruito la procura di Catania, era piramidale e vedeva la collaborazione tra loro di persone che non si conoscevano nemmeno. I contenuti protetti da copyright erano acquistati lecitamente, come segnale digitale, dai vertici dell'organizzazione (le cosiddette “sorgenti”) e, successivamente, attraverso la predisposizione di una complessa infrastruttura tecnica ed organizzativa, venivano trasformati in dati informatici e convogliati in flussi audio e video, trasmessi ad una rete capillare di rivenditori ed utenti finali, dotati di internet ed di apparecchiature idonee alla ricezione (l'ormai famoso "Pezzotto"). Un mercato illegale, che da una parte regalava denari alle associazioni criminali e dall'altra ne toglieva a non solo a multinazionali nelle quali lavorano centinaia di persone, ma anche all'erario italiano.