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Covid, dramma lavoro: in un anno persi 945 mila posti

Pietro De Leo
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Il costo del Covid sul contesto occupazionale italiano si dimostra molto pesante e sono 945 mila i posti di lavoro perduti dalla fase pre-pandemica, febbraio 2020, sino al febbraio di quest’anno. Un dramma che attraversa tutte le fasce d’età e che, soprattutto, vede un’impennata degli inattivi, ossia coloro che non studiano, non lavorano e non svolgono percorsi di apprendistato, aumentati di 717 mila unità, pari al 5,4%. Il crollo dell’occupazione, poi, riguarda sia i lavoratori dipendenti (-372mila posti di lavoro) sia gli indipendenti (-355 mila).

Un quadro pesantissimo, che arriva proprio nei giorni in cui si discute dell’eventualità di anticipare un minimo quadro di riaperture e traccia i contorni di dodici mesi trascorsi tra  lockdown in successione e pone la prospettiva di ulteriori flagelli occupazionali nel caso in cui la politica delle limitazioni sia considerata ancora la via privilegiata nella risposta alla pandemia nelle settimane a seguire. Un altro tema, invece, lo si ricava leggendo i dati Istat in correlazione con le cifre diffuse dalla Cgia di Mestre sabato scorso, secondo cui quest’anno si rischia un’impennata del lavoro nero, tra quanti vedranno nel sommerso la loro unica fonte di reddito oppure svolgeranno un’attività irregolare per integrare quella principale.

Un bacino difficilmente stimabile, ma che prima della pandemia sia aggirava sui 3.2 milioni di unità. Tutto questo impone un ragionamento nuovo sul principio della flessibilità nel mercato del lavoro, che attualmente è l’unico criterio per attraversare gli sconquassi del Covid. Senza tralasciare l’altro snodo fondamentale, ossia la riforma delle politiche attive che preveda il pilastro della formazione continua. Lo stravolgimento delle competenze alla luce di una maggiore digitalizzazione del lavoro, infatti, rischia di allargare le maglie dell’esclusione sociale.