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Fondazione Elio Porino, analisi sull'ipotesi di fusione tra Monte dei Paschi di Siena, Carige e Banca Popolare di Bari

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Da una fusione di Monte dei Paschi di Siena con Carige e Banca Popolare di Bari nascerebbe una banca simile a Banco Bpm per volumi ma con una redditività molto bassa e difficilmente sostenibile in un panorama economico quale quello attuale. L’apporto maggiore, rapportato sul totale dell’attivo, sarebbe di Mps, pari all'80%; Carige apporterebbe il 12% e Banca Popolare di Bari l’8%.
Questo quanto emerge da un’analisi della Fondazione Elio Porino, a cura del Centro Studi Orietta Guerra. Escludendo dall’analisi gli Npl (non performing loans), che per Mps devono essere nettati dall’operazione Hydra (-4,4 miliardi di Npl netti ceduti) e che porterebbero un teorico Npe ratio (non performing exposures) netto al 3% post fusione, in linea con le aspettative del mercato, vi sono alcuni elementi da valutare con attenzione:
- in Monte dei Paschi di Siena vi sono vertenze legali classificate come esborso probabile per 2,8 miliardi di Euro e richieste extragiudiziali probabili per 4,6 miliardi di Euro. Questi sono macigni che bloccano lo sviluppo della banca, sia nell’ipotesi di fusione che di cessione;
- la composizione dei crediti, soprattutto per Carige, evidenzia come il 48,1% dei finanziamenti sia erogato in Liguria, dove la banca raccoglie il 67% della provvista. Questo aspetto lega moltissimo l’istituto all’economia regionale, che accusa pesantemente la crisi del turismo e della cantieristica;
Banca Popolare di Bari concentra la maggior parte della sua attività in quattro regioni del Sud (Abruzzo, Puglia, Campania e Basilicata) dove effettua oltre il 70% degli impieghi e il 77% della raccolta del gruppo. Questo legame così stretto con il territorio, in questo momento di crisi, non promette nulla di buono per il futuro;
 - nel confronto con Banco Bpm, la fusione originerebbe circa 2.202 sportelli nella nuova banca contro i 1.808 di Bpm. Il numero così alto non sembra giustificato dalle masse gestite di crediti e di raccolta per cui si dovrebbe necessariamente procedere a una chiusura/cessione per rientrare nei “parametri”;
- il personale derivante dalla fusione sarebbe pari a 28.682 risorse. A questo totale bisognerebbe togliere 2.670 esuberi1 ed eventuali ulteriori esuberi frutto di accordi. Il personale sarebbe comunque superiore al personale di Banco Bpm (21.923).

Potrebbero quindi esserci circa 3.000/5.000 esuberi soprattutto nelle strutture centrali, che oggi occupano circa il 25% dei dipendenti ma che
tendenzialmente diminuiranno molto di più rispetto alla rete commerciale;
- riparametrando i valori - che sono su periodi diversi e dunque non omogenei ma utili per un’analisi di indirizzo - è possibile fare una fotografia del pregresso che evidenzia come queste tre banche non riescano a ottenere un margine operativo lordo (Mol) sufficiente a superare i possibili shock economici dei prossimi mesi o anni senza intaccare il capitale. Il Mol delle tre banche è circa la metà della banca presa come benchmark, Banco Bpm. Da notare poi come il margine d’interesse delle tre banche, pur avendo all’incirca le stesse masse di crediti erogati, sia del 20% inferiore a Bpm. Questo può essere determinato dal fatto di dover avere tassi d’impiego più bassi per erogare crediti.
                                                                                                                                                                                                                                            
Una fusione fra le tre banche avrebbe il pregio di riuscire a dare una copertura in termini di sportelli su tutto il territorio nazionale, anche se è il caso di chiedersi se oggi, con la digitalizzazione che avanza, ha ancora senso avere uno sportello ogni volta che vi è un campanile, pur considerando la presenza delle banche un deterrente contro l’usura.
“La creazione di grandi banche, così come si sta delineando, comporterà la concorrenza sui prezzi dei servizi finanziari e questo metterà a rischio i competitor più fragili”, commenta Massimo Masi, Presidente della Fondazione Elio Porino.
“Oggi non vi è una lunga fila di investitori che vogliono partecipare alle fusioni bancarie e questo è un sintomo di come il settore non sia attraente nel lungo periodo, salvo che una banca non serva come piattaforma distributiva di prodotti, per cui Bper diventa strategica per Unipol”.
La fusione fra queste tre banche, oggi più che mai, è una scommessa condizionata dall’economia: la struttura economica del Paese, post Covid-19, sarà radicalmente diversa e molte attività verranno chiuse. In Italia la popolazione è composta soprattutto da anziani e vi sono pochi immigrati: difficile pensare a nuove iniziative imprenditoriali con persone in età avanzata.
“Il valore di un istituto non è tanto nel valore dei crediti ma nella raccolta e soprattutto negli sportelli che servono per vendere qualsiasi prodotto. Per questo crediamo che ipotizzare un coinvolgimento del mondo assicurativo nella ridefinizione del sistema bancario non sia errato”, dichiara Roberto Telatin, Direttore del Centro Studi Orietta Guerra.
Il modello a cui guardare è rappresentato da Poste Italiane, che vende prodotti finanziari e assicurativi e con la logistica è il terminale dell’e-commerce: tutti servizi che serviranno nel mondo di domani, nel quale le banche potrebbero essere un punto di riferimento. Per fare ciò è necessario che si aprano ad altri settori e capiscano che la vera domanda alla quale rispondere non è “come sarà la banca del futuro” ma “quale business andrà aggiunto alla banca di oggi e con quali conseguenze sui contratti e sull’organizzazione del lavoro”.