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Crisi, la ricetta di Bravi: "Creare lavoro per valorizzare il brand Umbria"

Il segretario regionale Cgil Mario Bravi

Marina Rosati
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L'Umbria non è un quartiere di Roma nella sua accezione negativa, è una regione che ha e può offrire ancora molto. Che ha valori e potenzialità da sfruttare, che deve ripartire dal lavoro per recuperare appeal e dare speranze ai suoi giovani. Il leader della Cgil dell'Umbria Mario Bravi riparte dal piano del lavoro stilato dal suo sindacato per lanciare un appello alla controparte naturale, gli industriali, alle istituzioni e ai colleghi degli altri sindacati. Questa rubrica si chiama i nodi dell'Umbria, me li può elencare sinteticamente? “In una fase come questa si sono accumulati una serie di nodi anche nella nostra regione. Credo che il nostro compito, ma anche e soprattutto quello della politica, sia di individuare il cosiddetto bandolo della matassa, e non limitarsi a una elencazione infinita di problematiche. Per questo io credo che il primo nodo della nostra regione e che conseguentemente li ricollega tutti si chiama lavoro. Lavoro che significa reddito, diritto di cittadinanza e prospettive di futuro. In Umbria siamo arrivati a 120mila persone che hanno un rapporto di estrema sofferenza con il lavoro. Questo non è accettabile e richiede una risposta all'altezza della situazione. Le 120mila persone sono la somma di 51mila disoccupati, 13mila cassintegrati in deroga, 23mila scoraggiati (Neet), 34mila che vivono un rapporto di lavoro estremamente precario”. Non ci sono dubbi sulla pesantezza della crisi e lei è uno dei più solerti conoscitori dei numeri, purtroppo negativi. Non crede che sia arrivato il momento di agire concretamente al di là degli scioperi? “Da tempo sostengo che bisogna passare dalla diagnosi della crisi alla messa in campo di una terapia adeguata. Ma questo presuppone una valutazione su cui non mi sembra che tutti siamo d'accordo. E la valutazione è che non possono essere riproposte le ricette che ci hanno portato a questa crisi profonda. Per esempio abbiamo promosso come Cgil, non da soli, un referendum per cancellare il pareggio di bilancio posto in Costituzione e per realizzare politiche pubbliche di intervento nell'economia alternative al liberismo imperante. Inoltre nel marzo 2013 abbiamo costruito come Cgil dell'Umbria una proposta che si chiama piano del lavoro che è in grado di costruire e di realizzare occupazione su tanti settori. Nel campo dell'edilizia che ha visto un dimezzamento degli addetti in Umbria e dove si continua a perdere occupazione abbiamo proposto un piano di manutenzione e di messa in sicurezza degli edifici scolastici (oltre 800 in Umbria) 160 dei quali costruiti nel ventennio fascista, e quindi in una condizione di quasi sfacelo, al punto tale che si mette in discussione la sicurezza dei bambini che utilizzano quegli spazi. Pensiamo che la manutenzione degli edifici scolastici possa sbloccare la crisi dell'edilizia evitando l'ulteriore cementificazione del territorio. Nel piano del lavoro l'esigenza di difendere il manifatturiero, a partire dalla vertenza centrale dell'Ast Tk dove il governo deve dimostrare di essere un soggetto che mette in campo una vera politica industriale per difendere al tempo stesso l'integrità del sito, la sua proiezione internazionale e un vero progetto di sviluppo. Sulla stessa vertenza dell'Antonio Merloni non possiamo assistere passivamente al fatto che 630 persone verranno licenziate il 12 ottobre e che l'accordo di programma (con i 35 milioni stanziati) rischi il totale fallimento. Inoltre le 165 vertenze aperte in Umbria richiedono una risposta vera. Quindi le proposte messe in campo dalla Cgil sono tante, diversamente dalla Cisl non ci arrendiamo all'idea che dobbiamo limitarci a ripartire il lavoro che c'è. Questa Regione ha futuro se si crea lavoro. Per questo abbiamo proposto alla presidente Marini, e ci è sembrata disponibile, di finalizzare tutte le risorse dei fondi europei (2014-2020) alla creazione di buona e nuova occupazione. Così come occorrerebbe un ruolo delle fondazioni bancarie umbre (che hanno in pancia un miliardo di euro) nella fuoriuscita dell'Umbria dalla crisi. In sintesi dobbiamo utilizzare tutte le risorse e gli strumenti (compreso il riconoscimento di area di crisi complessa per Terni-Narni) per aprire una fase nuova”. E questo si raggiunge anche con lo sciopero? “In questo quadro lo sciopero è uno strumento finalizzato al raggiungimento dell'obiettivo e non è un fine in sé. Noi pensiamo che di fronte alla passività di molti soggetti, a partire da Confindustria, sia diventato uno strumento necessario. Quindi credo che uno sciopero generale finalizzato alla costruzione di un piano del lavoro sia un passaggio inevitabile”. La mancanza di lavoro deriva anche da un cattivo sfruttamento delle potenzialità locali. Forse anche il sindacato avrebbe dovuto fare battaglie più forti prima, quando la deindustrializzazione è cominciata. C'è l'impressione che si stiano chiudendo le porte quando i buoi sono già usciti… “Noi come Cgil abbiamo contrastato spesso da soli le politiche di deindustrializzazione che i governi Berlusconi hanno inaugurato. Quindi su questo non accettiamo lezioni da nessuno. Ma ormai avendo avuto ragione non basta che lo sottolineiamo un'altra volta, occorre soprattutto agire. La stalla ancora non è vuota ma certo ha perso dei capi di valore che vanno assolutamente rimessi al loro posto. L'Umbria ha una serie di potenzialità che vanno messe a valore, penso all'ambiente e al territorio e alla sua dimensione culturale. Da laico, non posso che mettere in evidenza con interesse il fatto che i due ultimi Papi, quello emerito e quello in carica, Benedetto XVI e Francesco, hanno preso il nome di due grandi personaggi che hanno parlato all'umanità intera e che hanno calcato le nostre terre. Questo costituisce un valore importante che ci può consentire di rilanciare l'identità dell'Umbria, che al di là delle sue dimensioni è tutto meno che un quartiere di Roma. Voglio dire che l'Umbria rappresenta un brand di qualità che va messo a valore, dal mio punto di vista creando lavoro e quindi una risposta di dignità alle persone”. A livello nazionale c'è poca intesa con la Cisl sull'articolo 18 ed anche a livello locale non sembra che la vediate allo stesso modo su come andare avanti: sciopero sì, sciopero no… Reggerà l'alleanza? “Noi auspichiamo sia a livello nazionale che a livello locale l'unità d'azione del sindacato confederale. Costituisce un valore, e non a caso ce lo chiedono anche i lavoratori. Abbiamo, pur nelle differenze, una piattaforma comune su previdenza e fisco e anche sulla vertenza Umbria. Sull'articolo 18, penso che l'atteggiamento di Renzi sia sbagliato, inaccettabile e contraddittorio. Sbagliato perché abbassando le tutele, e di questo si tratta, non si crea lavoro. Inaccettabile perché c'è un'idea, nelle sue dichiarazioni, di negazione della rappresentanza sociale e del confronto. Una negazione troppo strana per un leader che si ritrova nel Pse. Vorrei ricordare che la Svezia nei giorni scorsi ha eletto come leader del governo un dirigente dei socialdemocratici svedesi che fino a pochi mesi fa era un sindacalista. Contraddittoria con le stesse affermazioni di Renzi fatte sino a qualche mese fa. In questo Paese e in questa Regione dovrebbe essere messa in archivio l'ideologia (perché questa è ideologia) di chi vede nel sindacato un soggetto vecchio e da mettere in archivio. A chi non se ne fosse accorto vorrei ricordare che il 31 luglio, quando abbiamo occupato l'autostrada del Sole ad Orte con i lavoratori dell'Ast per il futuro e lo sviluppo, c'era solo il sindacato confederale. E l'età media di quei lavoratori dell'Ast è di circa 35 anni. Sarebbe interessante sull'articolo 18 sapere l'opinione dei parlamentari umbri, soprattutto quelli del Pd, anche perché la politica se vuole recuperare un ruolo deve confrontarsi non solo sulle questioni di carattere istituzionale. Anche in questo caso lo sciopero è uno strumento che quando serve va utilizzato. Quindi auspico e spero che l'unità d'azione del sindacato vada avanti su posizioni chiare e leggibili da parte dei lavoratori”. A proposito di Alleanza, crede che quella per l'Umbria sia superata e non rappresenti più le reali esigenze della regione? “Non credo che l'Alleanza per l'Umbria sia superata. Sono convinto anzi che quel tavolo di confronto vada rilanciato realizzando un confronto vero e progetti comuni. Il progetto comune non può che essere quello di ridare una identità forte all'Umbria, rilanciando un'idea forte di regionalismo e dando un'anima al tavolo dell'Alleanza, che finora non è decollato fino in fondo. Da tutte le cose che ho detto ne deriva che l'anima del tavolo per l'Alleanza sia quella di lavorare ad un piano del lavoro per l'Umbria”.