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Il Pd continua a far sbadigliare, il congresso è già una sconfitta

Francesco Storace
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È veramente noioso il congresso del Pd. Litigano sulle regole, rimediano un compromesso per chi può votare alla primarie da casa o ai gazebo, non si capisce quale sarà la direttrice di marcia.

Adesso per qualche ora si discute su D’Alema: può tornare o no dalle loro parti? La migliore figura la fa proprio l’ex premier, tirandosi (apparentemente) fuori: “Sto in pensione”, dice per tentare di tacitare il chiacchiericcio su se stesso.

Ma alla fine della fiero il dibattito resta quello dominato dall’interrogativo leniniano: “Che fare?”. Si punta all’abbraccio massimalista con i Cinque stelle oppure all’intesa riformista con Calenda? Nessuno dei quattro candidati in lizza – anche se Bonaccini pare ormai correre da solo – è in grado di sciogliere con nettezza il dubbio.

Di campo largo è inutile parlare, le altre due opzioni hanno pro e contro che sembrano invalicabili. E per questo meno se ne parla e meglio è.

Ma così si offre agli elettori che vorranno decidere la loro opzione solo una scelta tra apparati, tra leadership. Il che non rappresenta più una novità, se ci mettiamo a fare il conto di quanti segretari sono stati buttati giù al Nazareno.

E quindi si sceglierà – come è stato detto dalla tribuna dell’assemblea nazionale – il prossimo ex segretario in attesa della nuova sconfitta.

Si respira aria brutta nel partito, tra Bonaccini e la Schlein, tra Cuperlo e la De Micheli. Nessuno di loro pare capace di tirare fuori il Pd da una crisi che si trascina da ben prima del catastrofico risultato delle elezioni politiche di settembre scorso. E il precipizio individuato da ogni sondaggio non fa che accentuare la depressione interna.

Al punto che ormai fa sorridere persino il dibattito sul nome del partito, come se bastasse quello a riaccendere l’entusiasmo. Il tema resta quello della credibilità della proposta politica, compromessa da troppe scelte sballate.